DISDICEVOLE è UN PARCO DESERTO. La solidarietà errante ai giardini di Eolo

Intervistato un paio d’anni fa, il paesaggista creatore dei Jardins d’Eole (all’anagrafe l’archistar Michel Corajoud) descrisse così la sua idea originaria del parco, deturpata dal tempo e da un popolo pigro:

Avevo pensato ad un giardino aperto, sviluppato in lunghezza[1], che ricordasse l’area dismessa e gli hangars che accoglievano i treni[2], e allo stesso tempo “spalancasse il panorama”, con una vista larga sulla città. Volevo che gli abitanti, che si erano battuti per preservare questo spazio[3], ottenessero il giardino che avevano sognato: un luogo di incontro, di feste. Ci sono stati dei cambiamenti, ad esempio delle rotonde con delle viole del pensiero piantate da alcuni giardinieri, che io non amo particolarmente. Anche la parte in ghiaia[4] non si è sviluppata come avevamo immaginato durante i test [i visitatori avrebbero dovuto piantarci dei semi, lo spazio è invece rimasto molto inorganico]. Ma a parte questo, il parco funzionava davvero bene. I residenti l’avevano conquistato subito, e tutta una popolazione mista, a immagine del quartiere, veniva a farci dei picnic, a far la siesta sulle panchine. Oggi, invece, è deserto. È deplorevole[5].

Allo stretto confine tra il diciottesimo e il diciannovesimo arrondissement, il giardino di Eolo è forse uno dei luoghi più belli di Parigi, sospeso in figura incerta tra i ponti sulle rotaie che tra poco arrivano alla Gare de l’Est. All’estremità ovest, una lunghissima passerella in legno permette di rimirare proprio quelle vie ferrate: il “viaggio possibile” è sempre a vista.

Delle maioliche di lana, un orso bianco di pelo lungo e qualche graffito si sono invece casualmente depositati sul ponte della rue Riquet: niente lucchetti d’amore metallico a incatenare il panorama.

Da lì spunta pure la celeberrima cantata di cemento di Martin Schulz Van Treeck, classe 1976, e il solitario grattacielo a vele bruciacchiate dell’Evangile, mentre il classico Sacro Cuore spia ancora i fedeli dietro il gioco detto “bilico” e le altalene. (Ah, sì, è un giardino, si vedono anche degli alberi, e persino delle ninfee non pittoriche).

Eole, che qui non è solo il Dio dei venti, ma l’acronimo per “Est Ouest Liaison Express”, avrebbe dovuto proteggere gli abitanti del triangolo del crack (La Chapelle, Stalingrad, Porte de la Chapelle): un quartiere “così difficile…”. (Si badi a quante volte veniva ripetuto l’aggettivo, nella conferenza di inaugurazione al Pavillon de l’Arsenal). Il paesaggista voleva dunque offrire ai residenti una specie di “niche”, un rifugio possibile, che però restasse “civile” (niente tag oltre la bacheca consentita agli ospiti, ha voluto ben specificare).

E difatti è proprio qui che, vagando dal 2 giugno scorso tra l’en plein air della metro la Chapelle, la Halle Pajol, la square St Bernard, il bel Bois Dormoy e l’ex caserma dei pompieri Château-Landon, circa duecento migranti un (pur labile) rifugio da una città sempre difficile lo avevano trovato (ma anche delle orecchie, degli amici).

È partito tutto da un portiere, che ha soccorso chi sfuggiva alla furia ceca delle CRS [Compagnies Républicaines de Sécurité, in pratica le squadre antisommossa]. E da signore, vicini di quartiere, commercianti di zona ed “elettroni liberi”, navigati militanti e timidi insegnanti, ragazzi, vecchi e giovani, associazioni maghrebine e pure stranieri come noi. È partito tutto da chi passa e resta, da chi, se c’è, vede. Da chi, come gli abitanti della Chapelle, nonostante il biochic dell’Esplanade Nathalie Sarraute (vero nome della Halle Pajol), ancora resiste alle brasseries con i buttafuori gentrificanti del 18ème, e in pochissimo tempo si è organizzato per metter su e proteggere gli accampamenti di fortuna creati da e per e con i migranti sia a Eole che sul quai d’Austerlitz (sotto la Cité de la mode et du design).

Sin dal primo giorno le assemblee del Comité de soutien sono trilingue (francese-arabo e tigrigna), e van ben oltre il cielo che s’oscura. E persino i giardini zen dietro gli ostelli a sette stelle son più belli se l’inglese lo confondi con le curve consonantiche dell’arabo moderno, mentre cerchi di spiegare l’inspiegabile ragione per cui devi scrivere una cosa e pronunciarne un’altra, e perché il francese deve andare sempre a finire nel naso.

Gran parte del quartiere ha sgranchito gli occhi troppo quieti d’un tempo, e dopo tanti anni passati a cercare di mistificare il brutto della ville lumière, è solo questa Parigi che vorremmo incontrare. Quella di chi non ha paura a sfiorarsi, di chi non conta i millesimi di secondi, né gli stipendi a 4 zeri, di chi sa fermarsi a dibattere se rendere la strada migliore e/o continuare a cercare, a proprio rischio e pericolo, un tetto vero, un tetto per tutti.
Ma sarà dura, sempre più dura. Perché l’altra città, ferma custode dei picnic dopolavoro, è già in allarme. Non può non irrompere sulla scena. Tutto il parco bisogna ripulire, maschere antigas alla mano, dallo scempio poco civile. ‘Chè domani ci sarà la festa della musica, ci sarà il deejay allegrotto, ci sarà da ridere e ballare e sbronzarsi fino al lunedì.

La separazione tra le due città è netta, e da sempre criticabile.

Nel suo racconto notturno dell’evacuazione dei Jardins d’Eole avvenuta il 19 giugno, Denis, uno dei complici quotidiani di questa solidarietà errante, trae queste conclusioni:

Quoi qu’il en soit remercions les migrantEs. Ils et elles ont suscité une dynamique qui avait tendance à se perdre dans notre quartier. Et permis de faire exemple. N’en doutons pas cette vague fera des petits. Ce qu’a dit cette expérience et ce qui l’a inspirée c’est que dans notre quartier, comme ailleurs, les migrantEs ne sont pas des victimes à qui on tend simplement la main (…) On fait pas de la charité ou de l’humanitaire ici, en dépit des urgences. On tente de coproduire un max, on y arrive pas forcément tout le temps encore mais le désir est là, il s’insinue.

Si dice si sia potuto scegliere, durante lo sgombero dell’OFPRA (Office français de protection des réfugiés et apatrides) e del Comune, se andar nei centri d’accoglienza o meno (alcuni dignitosi, altri provvisori, altri soffocanti). Ma ad incarnare l’ultimatum, eran disposte bene in vista numerose pattuglie di CRS (sempre poco sole e male accompagnate), e in un ora tutto è stato ben ripulito da uomini in tuta antiradiazioni… Persino i chiaroscuri in china di Laura Genz, disegnatrice itinerante che ha ritratto ogni momento dell’erranza parigina, non ci sono più. È in poco tempo occorreva la carta d’identità per rientrare in quell’angolo di Eolo, ormai recintato e spopolato fin a data da definirsi.

La stessa cosa è successa ancora qualche giorno fa, il 9 luglio, alla Halle Pajol, dove un nuovo sgombero (l’ottavo, in poco più di un mese) ha promesso sistemazioni temporanee ai più, dispersi in vari centri d’accoglienza. Alcuni son già di ritorno, ‘ché anche la fiducia del viandante non si conquista a forza d’incerte promesse.

È una rabbia oscillante, continua ancora Denis. E le oscillazioni della nostra rabbia, rabbia che è sconforto ma resta attiva, scandiscono le giornate piene all’accampamento, dovunque si muova.

Perché sono di nuovo lì, inarrestabili, i volti di chi offre assistenza legale e sanitaria, protezione dalle incursioni neonaziste o poliziesche e pure commissioni ludiche e concerti e gite, traduzioni a squarciagola, corsi di francese e finalmente anche di arabo, offerti a noi dai migranti, ed oggi ci sarà anche il Bal des Réfugié.e.s (dei passi nuovi per quel vecchio 14 luglio, tra succhi di ibisco e zenzero).

Salih ha 16 anni, nessuna disperazione negli occhi.
Capitato a Parigi quasi per caso, lo sa pure che tra questa gente si sta bene, ma non può aspettare, non è giusto che attenda ancora.

     –  Qui la situazione è ferma, devo pensare alla stabilità, al mio futuro. Devo andare in Inghilterra, potrei studiare alla Oxford University.

     – E perché no? (aggiunge) Ho già finito le scuole superiori.

(Non ho l’ardire di dirgli che ad Oxford tramandare il privilegio tra i buoni lignaggi è compito più sacro della religione).

     – Sei venuta anche tu qui a Parigi per fare un picnic?

Poco prima dello sgombero di Eolo, era di nuovo nella sua Kalì, “the new jungle”, “la bidonville d’Europa”, dove “fa freddo e non ci sono giardini”.

Ma se Kalì fosse una giungla vera, non ci sarebbero gli umani che costruiscono, in barba all’89, nuove “recinzioni di sicurezza”, ovvero un altro « mur de la Honte » che dovrebbe proteggere il porto (due chilometri per sei metri di altezza sormontati da filo spinato), né ci sarebbero i neopatriottidi residenti di Calais che manifestano contro l’esistenza di altri esseri umani, e la strada sarebbe spianata ai giovani avventurosi.

Vivono in migliaia nelle tendopoli vicine alla fabbrica chimica della Tio­xite, dove la terra è avvelenata, l’aria è avvelenata, l’acqua è avvelenata. Ed è noto il recentissimo accordo tra i ministri Cazeneuve e May, in base al quale il Regno Unito verserà 5 milioni l’anno nelle casse francesi per proteggere sempre meglio le frontiere britanniche.

Se Kali non fosse l’orrenda Calais, non ci sarebbero nemmeno gli arresti (almeno una cinquantina nelle ultime settimane) che disperdono afgani, siriani, eritrei e sudanesi che attendono un destino a Calais verso i Locaux de rétention administrative (LRA) o verso i Centres de rétentions (CRA), di Mesnil, Rouen, Coquelles, il solo modo rapido di  “svuotare la città” e smantellare gli accampamenti, né ci sarebbero i forzati voli di rientro verso Khartoum o verso l’Afghanistan sanciti dalla OQTF (obligation de quitter le territoire français), in perenne violazione del diritto alla libera circolazione.

Nonostante le condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), la Francia è ancora “campionessa di prigionie”. Nel solo 2014 ha privato della libertà quasi 50 mila rifugiati, mentre il numero dei minori incarcerati aumenta di anno in anno (da 3.608 nel 2013 a 5.962 nel 2014). E benché l’ilare Hollande, al momento delle sue elezioni, prometteva di porre fine a questa pratica (2012), la Commission des lois ha appena adottato un emendamento che legalizza la detenzione dei minori di qualsiasi età, disegno di legge socialista che sarà sottomesso all’Assemblea Nazionale il prossimo 20 luglio.


Che sia uno “sgombero dolce” o un’evacuazione a colpi di bastone, nella terra di Marianne non c’è più molta speranza di un letto sicuro, di un lasciapassare o un lasciami entrare, o di una domanda d’asilo che duri meno di 8 mesi.

Impenetrabile, come i fitti strati arborei di una giungla vera, resta solo la ragione ceca per cui soltanto ad alcuni umani è permesso spostarsi, e decidere dove vivere, dove chiedere asilo politico, dove studiare, dove farsi una vita, dove garantirsi una sopravvivenza economica.

A Calais “non c’è un giardino”, nessuna vista su un viaggio possibile.
E quale eroe salgariano potrebbe mai scalfire la violenza delle istituzioni europee, la violenza che decide chi deve “essere al sicuro”, e da cosa.

Si ripete, a più voci, che nella capitale francese avanzino all’incirca 10 milioni di metri quadri vuoti, perfettamente abitabili.

Ma non è mai stata una questione di spazio.
E occorre, ora più che mai, imparare a temere il proprio tempo.

[1] “La grande longueur” era una delle ossessioni di Carajoud, per allungare, stendere il terreno più possibile, mantenendo l’ampiezza qui parallela ad un “gigantesco cielo”.
[2] Si chiamava Cour du Maroc, lo scalo merci della SNCF dismesso dagli anni ’90.
[3] Trattasi dell’associazione Eole, che si era battuta per ben quindici anni.
[4] Motivata dalla sterilità del precedente terreno… in cui pure già spuntavano le prime piante pioniere.
[5] Traduzione nostra e liberissima.


RASSEGNA STAMPA IT-FR-EN (giugno-luglio 2015)

 Social media su Eole-Pajol-Austerlitz-Ventimiglia:

In merito agli ultimi sgomberi…

Forteresse Europe: a proposito di migrazioni e frontiere…

Remembering “Kalì”

Fuggire la guerra, vivere la strada (con i disegni di Laura Genz)

PS : L’articolo è stato scritto a metà luglio, il reportage realizzato a giugno, ma date le evoluzioni in corso (riforma della legge sul diritto d’asilo in Francia, etc.) la rassegna stampa è stata ulteriormente aggiornata.

PS 2: La foto in header è di Giacomo Leso (merci).

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ROMA B1: Conca d’Oro non è un punto di ritrovo

Inaugurato lo scorso 13 giugno il ramo B1 delle rinomate e fiammanti linee metropolitane di Roma Capitale. Ben presto definita “la Caporetto di Alemanno”, la B1 è stata la reginetta indiscussa delle polemiche estive, la principessa del disagio, la signora del malcontento e infine la carceriera d’insolite prigionie [il 17 settembre, 13 persone sono rimaste bloccate nei suoi fantastici ascensori per quasi un’ora: a quel punto, gli stessi elevatori sono stati messi sotto custodia come “sorvegliati speciali”].

Viale Tirreno

In soli 7 anni di infausti cantieri Impregilo e 733 milioni di euro spesi con eleganza e parsimonia, non si poteva certo fare di meglio per quei 3 lunghi chilometri di cammino serviti dalla B1, che collega una costoletta progressista e sovrappopolata di Montesacro alla borghesia poco magnanima del quartiere Trieste e agli uffici della Laurentina, lasciando fuori la vasta periferia che viene dopo.

Si è parlato di “apertura prematura”, di un mancato rodaggio che avrebbe rovinato il ballo delle debuttanti: così elefantesca e fragile, così grottesca e sproporzionata, la B1 non era ancora pronta, occorreva aspettare, tergiversare, e nel frattempo continuare a sostituire quei cartellini tondi incollati alle paline che minacciavano soppressioni e modifiche riguardanti 41 autobus.

Scale mobili

Come ogni regina che si rispetti, la B1 non avrebbe ammesso rivali. Si è dunque pianificato di eliminare o rallentare ogni precedente collegamento tra Roma Nord-Est e la restante urbe, trasformando l’intera rete dei trasporti dei municipi II, III e IV. Colpo di genio! Per dare l’illusione cinetica che una metro che si manifesta ogni 10 minuti (di contro ai 2 minuti di ogni altra capitale) sia una simpatica gazzella sotterranea, si è pianificato il rallentamento dei mezzi di superficie: le linee espresse son state allora prontamente sostituite da alcuni stegosauri della zona. Ad oggi, ovunque noi siamo, quattro autobus su cinque ci portano misteriosamente a Conca d’Oro, non si sa bene a far cosa. Nonostante l’esubero dei mezzi schierati all’attacco, per arrivarci bisogna però attendere almeno 20 minuti alla fermata. 

futurismi

Quando capiremo che abbiamo il futurismo più vecchio del mondo?

[Avrebbe detto qualcuno.]

Giunti infine al mitico capolinea, preferibilmente durante un classico acquazzone romano che inonda strade sempre concave, occorre infilarsi, armati di ombrellone e calosce, in simpatiche scale mobili all’aperto. Perché? “La pensilina avrebbe disturbato la vista dei cittadini”, afferma il direttore dei lavori di Roma Metropolitana, ma si son di certo utilizzati “materiali che resistono agli agenti atmosferici”.

La quasi entrata dopo l'inutile tragitto scoperto

Per far posto all’immensa “stazione-cattedrale” di Conca d’Oro si è anche pensato di restringere le strade limitrofe, in questo modo chi arriva a velocità smodata dallo stradone del Ponte di Via delle Valli è costretto a moderare la sua superbia automobilistica e a mettersi in coda come tutti gli altri.

Ma la strategia urbanistica più all’avanguardia è sicuramente quella che ha spinto a inglobare e camuffare le transenne e i resti di nuovi e vecchi lavori nella raffinatissima e nient’affatto sciovinista estetica del giallo-rosso della struttura definitiva. Del resto, si sa, a Roma è soltanto la decadenza a non essere precaria, e in ogni caso fa colore.capolinea

Ma altolà! IN QUESTA GUIDA NON SI PARLA DI DEGRADO.

Qui vorremmo piuttosto elogiare il tripudio di bruttezza della B 1.  Arancione, blu e grigio spinto, questa primizia architettonica ci accoglie al suo capolinea dalle forme sinuose con sottofondi radiofonici d’altri tempi, tra una Pausini e un Pino Daniele d’annata ci rinfresca le membra sotto il tetto scoperto a forma ellittica che sovrasta la piazza vuota da oltrepassare dopo aver superato le entrate mobili, attraverso quella lenta processione che ci porterà finalmente al binario. Questo fantasmagorico spazio, aperto e chiuso allo stesso tempo, separa i vari accessi al solo tentativo di renderli il più distante possibile.

AscensoriA quel punto, noi vi consiglieremo di non seguire le indicazioni dei display, neanche fossero funzionanti. Non incameratevi nel vagone che sembrerà erroneamente “quasi pronto” a partire. Ripercorrete la strada a ritroso e uscite fuori. Andate a piedi. L’ardire sarà premiato da un più rapido arrivo, oppure da una deviazione imprevista nel bellissimo parco la cui via principale è dedicata a Valerio Verbano, riserva naturale adibita a varie attività, dotata di piste da corsa blu e frequentata da signore che si emozionano di fronte a una macchina fotografica.

prolungamenti

Nei dintorni troverete una fantastica chiesa in cemento armato, una desueta Giocheria, una misteriosa porta mediterranea accanto a un Sapporo orientale, e infine, se vi avventurate a piedi sul sopraccitato ponte, godrete di una vista al sapor di benzina che ci offre un luna park retrò, la pista ciclabile che costeggia la vecchia stazione Nomentana, le torri INA-casa di Mario Ridolfi a sinistra, i ponti ferroviari immersi nelle splendide boscaglie dell’Aniene a destra.

Annibaliano

Se siete davvero impavidi e vi tapperete gli occhi a ogni murales fascistoide, potreste persino spingervi tra i coloni di Viale Libia, non certo a comprar delle scarpe, magari qualche mignon romolano, da gustare presso la tomba di Elio Callistio, detta anche 

Sedia del Diavolo, o nell’amarissimo parco Virgiliano, detto anche Parco Nemorense. Infine, se l’impresa giungerà al termine, potreste redimervi nel complesso di Sant’Agnese fuori le mura, dove apprenderete esempi paleocristiani di pura fede e martirio: le catacombe, la basilica onoriana e i resti di quella constantiniana, e soprattutto il mausoleo di Santa Costanza, di una bellezza essenziale, sopraffina.

Arianna Lodeserto

Ps: Parte della gita overground la trovate qui.
Il resto è all’immaginazione. O alle vostre gambe.