FUGGEREI. O di quando il buon dio creò le Case Popolari.

« Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo »

Vangelo secondo Matteo 8,18-22

In principio era la speculazione immobiliare.

Poi venne Jakob Fugger. Germanico commerciante, imprenditore, banchiere e magnate della finanza internazionale, che per primo sfidò le leggi dell’immobiliarismo.

Anno del signore 1521. Il nostro, giustamente preoccupato che i propri debordanti forzieri gli alienassero le simpatie dei Cieli, e che il tener gabella ai Papi non fosse poi cosa sufficiente per assicurare un giorno la propria anima a Dio, una stereotipica notte ebbe un’idea fulminante: “Perché non edificar case ove i poveri possano abitare, ma in luogo di esiger moneta, non domandar loro tributi spirituali?”

Una personalità di chiaro spicco della Fuggerei, ritratta in una eloquente posa

Fu così, che nella imperiale Augusta, sede della potenza e sfarzo dei Fugger, venne costruito il primo complesso di case popolari della storia, oggi denominato “Fuggerei”. Di lì a poco una moltitudine, 150 famiglie rigorosamente cattoliche ed indigenti, popolarono la cittadella. Affitto: un Fiorino annuo e tre preghiere quotidiane per l’anima di Jakob Fugger.

Avranno le intercessioni dei bisognosi sortito l’effetto desiderato, e avrà il padreterno preso d’aceto per l’opportunismo di quel paraculo del Fugger? Fatto sta che dopo quasi 500 anni, la Fuggerei è ancora in piedi, ancora abitata, e, non essendo prevista alcuna indicizzazione del canone all’inflazione, l’affitto degli odierni abitanti ammonta al cambio odierno ad una vantaggiosa somma di 88 centesimi di euro annui (più le tre preghiere al giorno all’anima de il defunto fondatore, che anche quelle non si svalutano mai).

Il complesso ai nostri giorni è finanziato in maniera indipendente da una fondazione a cui partecipano i vari eredi Fugger e soci, ed è visitabile – a pagamento – da turisti e curiosi.

Questa è la strada principale

La parola che salta in mente al primo impatto visivo è: “Garbatella”. Si presenta come un ozioso ma ordinato snodarsi di casette a schiera a due piani in muratura brunastra, tetto spiovente e rampicante d’ordinanza; un cortiletto completa il retro delle case. Gli interni consistono in 70 furono angusti metri quadri di terreno della Germania Imperiale – oggi 70 comodi e spaziosi metri quadri ristrutturati della Repubblica Federale – suddivisi in un trilocale, una casa ogni piano. Il quartiere è delimitato da mura d’accesso ed ha orari di apertura e chiusura.

C’è una chiesetta per le orazioni della cattolicissima comunità, un ristorante elegante, e non manca certo il Biergarten (che serve ovviamente birra branded Fuggerei).  Altri punti di riferimento sono un bunker antiaereo, oggi adibito a museo, dove in un certo quinquennio si dovette trovar ricovero dai bombardamenti, la solita piazzetta con fontana in ghisa e infine un ambulatorio dispensante cure a base di olii essenziali per le malattie veneree (del cui stato d’uso non sono poi così sicuro).

Abitanti illustri della Fuggerei: il bisnonno di Mozart.

Questi non potevano mancare

Questi non potevano mancare

Camminare per le vie della Fuggerei, che è allo stesso tempo una comunità e un museo, è un’esperienza leggermente voyeuristica che mette un po’ a disagio. Mi figuro che il rapporto tra gli abitanti e i turisti è efficacemente riassunto dall’atteggiamento delle vecchine assiepate attorno alla fontana di ghisa, i cui biechi sguardi di sbieco sono palesemente incapaci di osservare le linee guida dell’amministrazione riguardo l’ignorare i turisti. Una coppia del luogo – lui sessanta, brizzolato, capelli lunghi, girovita impegnativo e barba tarata ai tre giorni, lei cinquanta, segaligna, gilet di pelle, crocifisso al collo e tatuaggio non certo d’atelier –  se la cava decisamente meglio.

Dopo meno di un’ora di visita, esco leggermente disorientato dalla quantità di cose e cose che si osservano in un quel nugolo di crocicchi. Opera architettonica, monumento, reperto archeologico del diritto all’abitare, luogo di incontro tra turismo di massa e quartiere popolare.

Uscendo osservo il biglietto. Il prezzo: quattro euro. E penso che non è un privilegio di tutti i giorni aver pagato l’affitto di un anno a cinque famiglie.

(dedicato a Carlone)

Testo e fotografie di Lorenzo Torricelli

 

In header: Die Fuggerei in Augsburg, eingezeichnet auf einem Stadtplan von 1521.

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FLOTTA IN POTENZA cerca marinai urbani adatti all’aria di montagna

Quelle navi belle e grandi, impercettibilmente cullate sulle acque tranquille, quelle robuste navi dall’aria scioperata e nostalgica, non ci dicono in una lingua muta: Quando partiremo per la felicità?

 Charles Baudelaire

Si dice “flotta in potenza”, in ambito ovviamente militar-marittimo, la cauta strategia di un’armata a riposo, o meglio “in esistenza”, che nel porto suo se ne sta ferma e buona ad incarnare una minaccia ipotetica e permanente, invece d’andar incontro al nemico per prontamente annientarlo e sottrargli il controllo delle rotte.

P_20160814_121415_1Cemento armato d’un vulcanico pantone arancione sporco e nient’altro, si presenta così ai nostri occhi la cosiddetta “nave” di Potenza: pura minaccia talmente ipotetica da essersi nascosta nel più sicuro porto della Lucania tutta (le lunghe braccia dei suoi migliori IACP, detti anche qui Serpentone e Serpentino).
Disertato veliero senza manco una vela, la beneamata Nave entra suo malgrado tra i miraggi dell’incompiuto lucano: assente una ciurma pronta a domarla, sdegnati gli abitanti del centro (che la vogliono altrove), il ministro Bondi volle bloccare “lo scempio” prima del termine.
Prima di entrar in sciopero per l’eternità, la nave da giardino lucano aveva a dire il vero provocato il nemico urbano per eccellenza (l’abitante di periferia) o quantomeno fomentato i sintomi di malcontento popolare, giacché il progetto andava a coprire la bella collinetta che c’era prima con un ammasso di calcestruzzo che prometteva locali al chiuso ma poi non ha offerto niente, se non un fuori che non nasconde nulla, porte che non aprono, qualche pietruzza nel fango molto zen e un pallido tappeto d’erbetta sui tetti… (Ci stava bene, sotto questi tetti, magari un mercato, un po’ di frutta fresca, e invece gli alimentari restano ai primi piani, tra bizzarre e belle serre improvvisate nei balconi di plastica. Quei primi piani da cui ora non si vede più nulla, se non cemento e spazzatura, ancora una volta ribadendo un certo classismo alla Titanic tanto caro all’Italia moderna e contemporanea).

«Da sopra è bello, ma da sotto non si può guardare», attestarono giustamente gli abitanti nei giorni dell’improvvisa inaugurazione delle speranze potentine, ridotte al didascalico nome “parco Via Tirreno”. Sei anni dopo, la nave si presenta come ordinato labirinto asimmetrico: ogni sua parte è infatti ben indicata da un elegante stencil, decorazione sottile di quelle zigzaganti pareti che non contengono quasi niente (realizzati, a quanto pare, durante il workshop Serpentone reload, che scopriamo essersi svolto in questo sito un paio d’anni fa).
In sciopero anche da se stessa, il robusto naviglio inoperoso e poco fiero è oggi punto di ritrovo di audaci bimbette cicliste.

IL serpentone e l'ex parco Via Tirreno, disegnato da Domenico Desradis

Il Serpentone e l’ex parco Via Tirreno, disegnato da Domenico Destradis

Eppure, sarà perché la fantomatica bruttezza di Potenza è avvolta in un timido mistero, sarà perché le luci di ferragosto impongono un’adorazione senza indugi… la nave di montagna lucana s’afferma come uno di quei posti che ci sali una volta e, pur se tu decidessi che la guerra in mare proprio non la vuoi fare, a questa flotta che forse esiste vuoi bene per forza.
Né potrai certo dimenticare i tetti fitti di triangoli verdi della chiesa che ad essa dà le spalle, o la vallata erbosa fulcro di numerose avventure pre-navali, prontamente riferiteci dalla Guida della Guida (in questo caso, il marinaio-militante autoctono Mimmo Destradis).
Quella generosa collina (così “stretta per l’uomo ma ampia per la vista”), periferia della città più denigrata d’Italia, anche nel tempo concitato della nostra visita sa infatti offrirci il meglio “delle antiche storie”, e pure qualche meraviglia.
Pare infatti che un giorno lo stato avesse conferito a tutti gli affittuari delle vasche da bagno difettose, subito trasformate in bianchi slittini per buttarsi giù dalla collina in caso di forti nevicate.
Pare anche che se da piccolo costruisci un’ampia capanna in mezzo ai palazzi-serpenti, con tanto di tetto e pareti in cemento, i muratori del luogo son pronti a prelevarla con la gru per trasportarla dove più gli piace ed adibirla a comodo spogliatoio.

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Sprovvisti per l’occasione di adeguati mezzi tecnici, ci scusiamo della bruttezza delle foto.
Consigliamo infine all’ipotetico turista all’arrembaggio di fare uno spuntino a Lo Spuntino, rosticceria prefabbricata standard specializzata, come tutti gli sparuti punti di ristoro locali, in cucina generica importata benissimo.

Gita del 14 agosto 2016
Producers: Domenico Destradis & Amy Marx.

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(to be continued…)