FLOTTA IN POTENZA cerca marinai urbani adatti all’aria di montagna

Quelle navi belle e grandi, impercettibilmente cullate sulle acque tranquille, quelle robuste navi dall’aria scioperata e nostalgica, non ci dicono in una lingua muta: Quando partiremo per la felicità?

 Charles Baudelaire

Si dice “flotta in potenza”, in ambito ovviamente militar-marittimo, la cauta strategia di un’armata a riposo, o meglio “in esistenza”, che nel porto suo se ne sta ferma e buona ad incarnare una minaccia ipotetica e permanente, invece d’andar incontro al nemico per prontamente annientarlo e sottrargli il controllo delle rotte.

P_20160814_121415_1Cemento armato d’un vulcanico pantone arancione sporco e nient’altro, si presenta così ai nostri occhi la cosiddetta “nave” di Potenza: pura minaccia talmente ipotetica da essersi nascosta nel più sicuro porto della Lucania tutta (le lunghe braccia dei suoi migliori IACP, detti anche qui Serpentone e Serpentino).
Disertato veliero senza manco una vela, la beneamata Nave entra suo malgrado tra i miraggi dell’incompiuto lucano: assente una ciurma pronta a domarla, sdegnati gli abitanti del centro (che la vogliono altrove), il ministro Bondi volle bloccare “lo scempio” prima del termine.
Prima di entrar in sciopero per l’eternità, la nave da giardino lucano aveva a dire il vero provocato il nemico urbano per eccellenza (l’abitante di periferia) o quantomeno fomentato i sintomi di malcontento popolare, giacché il progetto andava a coprire la bella collinetta che c’era prima con un ammasso di calcestruzzo che prometteva locali al chiuso ma poi non ha offerto niente, se non un fuori che non nasconde nulla, porte che non aprono, qualche pietruzza nel fango molto zen e un pallido tappeto d’erbetta sui tetti… (Ci stava bene, sotto questi tetti, magari un mercato, un po’ di frutta fresca, e invece gli alimentari restano ai primi piani, tra bizzarre e belle serre improvvisate nei balconi di plastica. Quei primi piani da cui ora non si vede più nulla, se non cemento e spazzatura, ancora una volta ribadendo un certo classismo alla Titanic tanto caro all’Italia moderna e contemporanea).

«Da sopra è bello, ma da sotto non si può guardare», attestarono giustamente gli abitanti nei giorni dell’improvvisa inaugurazione delle speranze potentine, ridotte al didascalico nome “parco Via Tirreno”. Sei anni dopo, la nave si presenta come ordinato labirinto asimmetrico: ogni sua parte è infatti ben indicata da un elegante stencil, decorazione sottile di quelle zigzaganti pareti che non contengono quasi niente (realizzati, a quanto pare, durante il workshop Serpentone reload, che scopriamo essersi svolto in questo sito un paio d’anni fa).
In sciopero anche da se stessa, il robusto naviglio inoperoso e poco fiero è oggi punto di ritrovo di audaci bimbette cicliste.

IL serpentone e l'ex parco Via Tirreno, disegnato da Domenico Desradis

Il Serpentone e l’ex parco Via Tirreno, disegnato da Domenico Destradis

Eppure, sarà perché la fantomatica bruttezza di Potenza è avvolta in un timido mistero, sarà perché le luci di ferragosto impongono un’adorazione senza indugi… la nave di montagna lucana s’afferma come uno di quei posti che ci sali una volta e, pur se tu decidessi che la guerra in mare proprio non la vuoi fare, a questa flotta che forse esiste vuoi bene per forza.
Né potrai certo dimenticare i tetti fitti di triangoli verdi della chiesa che ad essa dà le spalle, o la vallata erbosa fulcro di numerose avventure pre-navali, prontamente riferiteci dalla Guida della Guida (in questo caso, il marinaio-militante autoctono Mimmo Destradis).
Quella generosa collina (così “stretta per l’uomo ma ampia per la vista”), periferia della città più denigrata d’Italia, anche nel tempo concitato della nostra visita sa infatti offrirci il meglio “delle antiche storie”, e pure qualche meraviglia.
Pare infatti che un giorno lo stato avesse conferito a tutti gli affittuari delle vasche da bagno difettose, subito trasformate in bianchi slittini per buttarsi giù dalla collina in caso di forti nevicate.
Pare anche che se da piccolo costruisci un’ampia capanna in mezzo ai palazzi-serpenti, con tanto di tetto e pareti in cemento, i muratori del luogo son pronti a prelevarla con la gru per trasportarla dove più gli piace ed adibirla a comodo spogliatoio.

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Sprovvisti per l’occasione di adeguati mezzi tecnici, ci scusiamo della bruttezza delle foto.
Consigliamo infine all’ipotetico turista all’arrembaggio di fare uno spuntino a Lo Spuntino, rosticceria prefabbricata standard specializzata, come tutti gli sparuti punti di ristoro locali, in cucina generica importata benissimo.

Gita del 14 agosto 2016
Producers: Domenico Destradis & Amy Marx.

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(to be continued…)

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ROMA B1: Conca d’Oro non è un punto di ritrovo

Inaugurato lo scorso 13 giugno il ramo B1 delle rinomate e fiammanti linee metropolitane di Roma Capitale. Ben presto definita “la Caporetto di Alemanno”, la B1 è stata la reginetta indiscussa delle polemiche estive, la principessa del disagio, la signora del malcontento e infine la carceriera d’insolite prigionie [il 17 settembre, 13 persone sono rimaste bloccate nei suoi fantastici ascensori per quasi un’ora: a quel punto, gli stessi elevatori sono stati messi sotto custodia come “sorvegliati speciali”].

Viale Tirreno

In soli 7 anni di infausti cantieri Impregilo e 733 milioni di euro spesi con eleganza e parsimonia, non si poteva certo fare di meglio per quei 3 lunghi chilometri di cammino serviti dalla B1, che collega una costoletta progressista e sovrappopolata di Montesacro alla borghesia poco magnanima del quartiere Trieste e agli uffici della Laurentina, lasciando fuori la vasta periferia che viene dopo.

Si è parlato di “apertura prematura”, di un mancato rodaggio che avrebbe rovinato il ballo delle debuttanti: così elefantesca e fragile, così grottesca e sproporzionata, la B1 non era ancora pronta, occorreva aspettare, tergiversare, e nel frattempo continuare a sostituire quei cartellini tondi incollati alle paline che minacciavano soppressioni e modifiche riguardanti 41 autobus.

Scale mobili

Come ogni regina che si rispetti, la B1 non avrebbe ammesso rivali. Si è dunque pianificato di eliminare o rallentare ogni precedente collegamento tra Roma Nord-Est e la restante urbe, trasformando l’intera rete dei trasporti dei municipi II, III e IV. Colpo di genio! Per dare l’illusione cinetica che una metro che si manifesta ogni 10 minuti (di contro ai 2 minuti di ogni altra capitale) sia una simpatica gazzella sotterranea, si è pianificato il rallentamento dei mezzi di superficie: le linee espresse son state allora prontamente sostituite da alcuni stegosauri della zona. Ad oggi, ovunque noi siamo, quattro autobus su cinque ci portano misteriosamente a Conca d’Oro, non si sa bene a far cosa. Nonostante l’esubero dei mezzi schierati all’attacco, per arrivarci bisogna però attendere almeno 20 minuti alla fermata. 

futurismi

Quando capiremo che abbiamo il futurismo più vecchio del mondo?

[Avrebbe detto qualcuno.]

Giunti infine al mitico capolinea, preferibilmente durante un classico acquazzone romano che inonda strade sempre concave, occorre infilarsi, armati di ombrellone e calosce, in simpatiche scale mobili all’aperto. Perché? “La pensilina avrebbe disturbato la vista dei cittadini”, afferma il direttore dei lavori di Roma Metropolitana, ma si son di certo utilizzati “materiali che resistono agli agenti atmosferici”.

La quasi entrata dopo l'inutile tragitto scoperto

Per far posto all’immensa “stazione-cattedrale” di Conca d’Oro si è anche pensato di restringere le strade limitrofe, in questo modo chi arriva a velocità smodata dallo stradone del Ponte di Via delle Valli è costretto a moderare la sua superbia automobilistica e a mettersi in coda come tutti gli altri.

Ma la strategia urbanistica più all’avanguardia è sicuramente quella che ha spinto a inglobare e camuffare le transenne e i resti di nuovi e vecchi lavori nella raffinatissima e nient’affatto sciovinista estetica del giallo-rosso della struttura definitiva. Del resto, si sa, a Roma è soltanto la decadenza a non essere precaria, e in ogni caso fa colore.capolinea

Ma altolà! IN QUESTA GUIDA NON SI PARLA DI DEGRADO.

Qui vorremmo piuttosto elogiare il tripudio di bruttezza della B 1.  Arancione, blu e grigio spinto, questa primizia architettonica ci accoglie al suo capolinea dalle forme sinuose con sottofondi radiofonici d’altri tempi, tra una Pausini e un Pino Daniele d’annata ci rinfresca le membra sotto il tetto scoperto a forma ellittica che sovrasta la piazza vuota da oltrepassare dopo aver superato le entrate mobili, attraverso quella lenta processione che ci porterà finalmente al binario. Questo fantasmagorico spazio, aperto e chiuso allo stesso tempo, separa i vari accessi al solo tentativo di renderli il più distante possibile.

AscensoriA quel punto, noi vi consiglieremo di non seguire le indicazioni dei display, neanche fossero funzionanti. Non incameratevi nel vagone che sembrerà erroneamente “quasi pronto” a partire. Ripercorrete la strada a ritroso e uscite fuori. Andate a piedi. L’ardire sarà premiato da un più rapido arrivo, oppure da una deviazione imprevista nel bellissimo parco la cui via principale è dedicata a Valerio Verbano, riserva naturale adibita a varie attività, dotata di piste da corsa blu e frequentata da signore che si emozionano di fronte a una macchina fotografica.

prolungamenti

Nei dintorni troverete una fantastica chiesa in cemento armato, una desueta Giocheria, una misteriosa porta mediterranea accanto a un Sapporo orientale, e infine, se vi avventurate a piedi sul sopraccitato ponte, godrete di una vista al sapor di benzina che ci offre un luna park retrò, la pista ciclabile che costeggia la vecchia stazione Nomentana, le torri INA-casa di Mario Ridolfi a sinistra, i ponti ferroviari immersi nelle splendide boscaglie dell’Aniene a destra.

Annibaliano

Se siete davvero impavidi e vi tapperete gli occhi a ogni murales fascistoide, potreste persino spingervi tra i coloni di Viale Libia, non certo a comprar delle scarpe, magari qualche mignon romolano, da gustare presso la tomba di Elio Callistio, detta anche 

Sedia del Diavolo, o nell’amarissimo parco Virgiliano, detto anche Parco Nemorense. Infine, se l’impresa giungerà al termine, potreste redimervi nel complesso di Sant’Agnese fuori le mura, dove apprenderete esempi paleocristiani di pura fede e martirio: le catacombe, la basilica onoriana e i resti di quella constantiniana, e soprattutto il mausoleo di Santa Costanza, di una bellezza essenziale, sopraffina.

Arianna Lodeserto

Ps: Parte della gita overground la trovate qui.
Il resto è all’immaginazione. O alle vostre gambe.