FALCONARA-RICCIONE A/R. “Siamo nel mezzo del divertimento”

Ci sono estati molto peregrine che finiscono a Riccione.
Motivazioni simpatiche e oracolari: un Festival detto Tafuzzy Days nel mimetico Castello degli Agolanti, lì dove suoneranno i celeberrimi Little Pony.

Riccione ed è quasi Tondelli, Riccione ma non è Tondelli.

Né tanto bene ci ricordiamo perché Si andava sempre a Riccione, o si diceva di andare a Riccione. A Riccione in realtà non ci si andava mai. Comitive zero, il decadent pop degli anni ’90 non si viveva: si leggeva in camerette affollate, senza condividere. E chi è che allora si accalcava sotto discoteche piramidali circondate da trattori, madonnine e filo spinato?

Tanti anni dopo di un niente, a seguito d’invito rapido e tentennamenti sparsi, si prende un lento regionale ancora diviso in classi prima e seconda e si scende per forza di cose a Falconara Marittima.

Inutile dire che Falcunara, col suo bell’impianto petrolifero API piazzato sopra le Ferrovie dello Stato nel contempo piazzate sopra un Mare Adriatico, ci cattura a dismisura, allungando l’arrivo plateale nella modesta Riccione.

A Falcunara infatti, sia all’andata che al ritorno, ci piace fermarci un pochino di più, lì nel preciso ed enigmatico triangolo scaleno mare-stazione-petrolchimico, dove l’anonima petroli italiana (checché ne dica Yahoo Answers) ha convinto molti bagnanti solitari, principalmente ottuagenarie moscovite o latitanti di Torre Angela, a stanziarsi in prodigiosi bagni di salute, tra giuochi di carte e capannette di delfini e invasori del comicon.

Ma a Riccione comunque ci dobbiamo andare, anche per poche ore d’intensa malinconia.

Cosa c’è di bello a Riccione?

Nella strada verso il Tafuzzy scorgiamo innanzitutto un rotondismo sfrenato, un rotondismo esagerato: cavalli impennanti e cavalli incastonati (forse in omaggio ai Little Pony?), taralli giganti, Marylin di bronzo con immancabili gonne di bronzo tuttavia svolazzanti, madonnismi qui e lì, e un vecchio Papa venuto malino.

Benché immaginarie, vanno menzionate anche le statue di Marx davanti alle biblioteche (eh sì, queste forse ce le siamo sognate, giacché gli afteristi autoctoni negano e rinnegano e la macchinetta non vuole cogliere, pertanto dobbiamo compensare con parole in bianco e nero…).

Scese infine dal bel castello, vogliamo assolutamente addentrarci in Riviera, subito attirate da promesse di promesse di estremo divertimento: autografi, aperitivi, preaperitivi, cene, precene, disco, predisco, after-post-after e quant’altro mai si possa misurare in unità di prevendita se chiami al cellulare Gigy o Mirko o magari Michy, che subito ti mette in lista.

E così quel “cuore pulsante” di Riccione, detto dal comune Viale Ceccarini, lo percorriamo tutto, per subito rimaner spiazzati dalla fontana del mitico Tonino Guerra, detta dal suddetto “il bosco della pioggia…” in omaggio alle “gocce d’acqua che bagnano i pensieri”. “Nata come un richiamo alla pioggia e al fresco che porta con sé”, questa scultura millennial i suoi friccichi anni ’90 se li porta ancora bene (tant’è che casualmente, solo qualche giorno dopo, la troviamo omaggiata in un testo cirillico, accanto ad altra improbabile scultura decorativa acquatico-esplosiva).

Economicamente sorretto da Sky e da Radio Deejay (sic), il bagnasciuga di Riccione è tutto un revival al culmine di un Viale del tramonto che dopo poco rifaremo tutto d’un fiato, assai delusi da quella spiaggia liberissima e mite, tutta morbida e pigra, quella spiaggia postpensionistica, assai familiar-residenziale benché le pelli splendano di un bronzo splendido, che subito ci fa rimpiangere gli aspri crateri del Salento di qualche mare prima.

Nessuno ci ha messo in lista, nessuno ci ha presentato Gigy, nessuno ci ha fatto pagare d’anticipo lo spassoso frangente pre-disco delle ore 16 e 25.

Ma l’estate si sa, è il regno assolato delle false promesse, di queste e di tante altre che non si possono dire.

Sul binario dell’antica coincidenza per l’antico regionale guardiamo i ritornanti. Ci sono le groupies del Cocoricò (che allora evidentemente è un posto che esiste, non solo un catalizzatore del rumore), ci sono dei giovani laziali impavidi, nostalgici ante-litteram, e tra i romani anche una signora abbronzatona dall’aria loquace. Racconta cosa ne ha tratto della sua permanenza ad Ancona. “Qui si sta bene, ma la gente ‘n’èè accojente. Se tipo a mi suocera je serve l’ajo pe’ fa il sugo, mica ce po’ annà dalla vicina, ‘ché quella nu’ je apre. Mica c’è la cordialità e la confidenza come da noi, ’ché io sempre je do ’na mano alla vicina”.

Terminato il calore del sole e terminato il peregrinare, terminato il revival del revival che tutta Riccione ha nel cuore, torniamo anche noi in qualche capitale. Liberi, in questo freddo spasmodico che di promesse non fa, né tanto meno ne mantiene, di non strapazzare più il passato di sabbia e la letteratura Under. Liberi di non suonare a nessuna vicina. Sapendo che se apre la porta ci guarda subito male, checché ne dicano i cittadini in trasferta.

Foto del 27-28 agosto 2016
(sempre schiacciare sulle singole per scorrere le didascaliche serie)

Dedicato alla compagna di matte scogliere, Prof.ssa Anastasi.

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NON CONSEGNATE QUEL RAGAZZO. Un pomeriggio a Blackpool

“For centuries Blackpool was a hamlet by the sea”[1], e la parola progresso fu il suo motto. La bizzarra convinzione che i bagni in quella piscina scura curassero malattie e problemi fisici cominciò ad attirare migliaia di turisti e vacanzieri già a metà del ’700. Dopo mezzo secolo, la cittadina britannica aveva sottratto lo scettro di prima meta balnerare d’Inghilterra alla vicina Fleetwood, la città delle caramelle troppo balsamiche.

Il progresso ispirò il primo sistema elettrico d’illuminazione stradale che, nel 1879, avrebbe dettato lo sviluppo del trasporto urbano, necessario a far girovagare ben 7 e ben presto 17 milioni di vacanzieri annui. In questo caso, non fu dunque il luna park a prefigurare un futuro sanatorio, ma piuttosto il contrario: nel 1896 vide la luce Blackpool Pleasure Beach, che, con le sue 39 attrazioni, si dichiarava il più grande parco di divertimento del Regno Unito. Persino Hitler voleva soggiornarvi, e per questo lo bombardò una volta sola.

Ma adesso no, non andate a Blackpool, ripetono gli inglesi. Disoccupazione, alcolismo, degenerazione, e decisamente troppa prole al sottoproletariato.

È finito il tempo in cui George V e Queen Mary visitavano le sue larghe spiaggie nere, e la moda dei salutari bagni di mare ha smesso di diffondersi tra i nobili e tra gli asini (che un tempo venivano portati sulla spiaggia di Blackpool per bivaccare assieme agli umani)[2]. Come un sogno maldestro che presto sfoga in un incubo, persino le fondamenta di questi luoghi sanno che dal divertimento alla decadenza il passo può essere rapido ma non indolore.

A sfidare quella spiaggia nera restano soltanto i bambini, o i gabbiani ubriachi dell’ultim’ora, ignari del repentino arresto del progresso sul posto. Restano le coppie di peluches in occhiali da sole a sorriderci dalle verande delle case vacanza “only for couples”, restano le foto dei re e delle soubrette affisse nel centro commerciale, le nonne tatuate ad avvertirvi che i negozi chiudono alle quattro meno un quarto, e le vetrine minacciano: “Don’t cook. Just eat”, un motto altrettanto progressista già arrivato dalle nostre parti.

Non andate a Blackpool, ma andateci ancora. C’è ancora qualcosa di magico oltre la tristezza? Nonostante lo scetticismo dei compagni di viaggio, a me, e al fantasma di qualche vecchio re deposto sulla sabbia, ci è parso di si. Non importa se ogni autoctono di 8 anni potrebbe battervi a biliardo, non importa se morirete di zucchero o forse d’azzardo turistico, non importa se non saprete cosa fare e persino il thé risulterà indigesto. Valgono almeno uno sguardo quel Central Picture Cabaret del 1913, il pontile degli anni ’30 con le insegne su palafitte di bingo, giostra e gelati, valgono i lampioni a forma d’antenne, una tour Eiffel senza boulevards, il miglior hamburger per due, una fisarmonica a pranzo.

Coney Island del vecchio mondo, Vegas senza ambizioni, quantomeno un dubbio mi hai lasciato. Quale progresso annichilito mi costringe a vedere sulla porta di un tuo pub la foto di un giovane ricercato? 500 pounds in cambio di un bargain thief, fotografato dalle telecamere dei negozietti truffati.

Non consegnate quel ragazzo, please.

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[1] Tim Lambert, A BRIEF HISTORY OF BLACKPOOL (http://www.localhistories.org). 

[2] Occorre sapere che nel Regno Unito gli asini possiedono dei diritti, non solo marittimi, ottenuti a suon di proteste da parte dei non consanguinei umani.  L’anatra Globo segnala che, di recente, le anatre hanno conquistato una corsia di stencil (ma avranno poi voglia di camminar ‘si rigorose?)