AMERICA CINEYE. Six States in a while

Questo viaggio è fatto di case.

Siamo partiti con un film dedicato a chi cerca casa e ci hanno offerto le case più belle di tutti gli Stati, che ad aver fatto architettura o l’agente immobiliare magari le sapevamo anche descrivere: case villette mansion cottage doppio cottage apartements flats basements che sono case parallele in case giganti, con portici e verande e bovindi che sono finestre ad arco non finestre a golfo, o serre convertibili colonne colonnate staccionate o un patio, un deck, un gazebo, balconi pochi.

Era un viaggio difficile all’inizio, le doppie guardie Delta usano il terzo grado e il doppio turno nelle coincidenze olandesi. Due guardie donne dicono ma perché stai andando da sola ad un festival di cinema italiano in Minnesota, perché perché perché, chiedono tanto e mi chiedono se sono nervosa e con chi vivi in Italia, con chi vivi, ma perché stai andando da sola perché perché. I Cani li avevamo sentiti tutti, si sa che le coppie non le fermano quasi mai, ma stavolta in ogni caso, in due non c’andavo (manco per sogno).

All’aeroporto di Minneapolis-Saint Paul invece ci spacciano facilmente, nemmeno ce ne accorgiamo, per una dolce mammina del Minnesota, e così evitiamo la scansione multipla d’ogni bagaglio.

Si arriva al buio nella dolce Minneapolis, con rinomata gentilezza del Midwest ci accolgono nel cinema incastonato tra il Mississippi e la neve. “Welcome in Minnesota” ce l’ha detto però la mattina dopo un ragazzotto armato, qui come tutti, di sale e spalaneve d’enormi dimensioni. Li troviamo anche noi nell’atrio della dolce casetta a Saint Anthony Main, dove impariamo a fare il letto con triplo piumino, ciniglia e d’oca.

La neve quando cade la notte è brillantini, di giorno è lava accecante e selvaggia, poi montagna di fango ai lati dei guardrail, o sabbie mobili nelle Minnehaha Falls.

Nel Mississipi vero infatti, blue e blues anche quand’è bianco e di giorno, i confini tra gli stati solidi-liquidi-gassosi son incerti. Ti devi tuffare e scoprire: la materia, il materiale.

Al’s for breakfast è il posto più dolce di Dynkitown e tutti lo consigliano per colazione ma nessuno c’era andato davvero. Noi c’andiamo per cena. E subito leggiamo sulle tazze e magliette: “Abbiamo molti amici e pochi posti a sedere”. È vero dagli anni ’60. “I like it here. Nothing is new, everything is old”, ci dice il cameriere 24enne. E poi aggiunge, “Nella vita bisogna divertirsi”.

E così ci perdiamo su quelle striscioline di ghiaccio sottile dove dovremmo saperci orientare, tra le bianche griglie chiamate città, al di là d’ogni previsione ci scortano sempre dolci sconosciuti, giochiamo ai giochi nelle enormi birrerie, ci baciamo sulla neve tra i camini a gas, e al Mall of America stavo quasi per comprare il cappello giusto.

Scopriamo infine che Jean Nouvel si era recato a Minneapolis per copiare da vari istituti assicurativi e banche e quant’altro l’esatta forma e tinteggiatura della Nouvelle Philarmonique. Ma prima di scappare con le forme vincenti per giustamente redimersi aveva dato a quest’immensa città il Guthrie Theater e in special modo il suo endless bridge: platea fotografica che è un tripudio di vetri in variazioni kelvin e che precipita in quello skyline di farine in fabbrica, dorate ciminiere e papere del Mississipi.

Quasi sempre odio le foto alle persone umane soprattutto alla mia – ma tra le tante stranezze che possono accadervi in 5 giorni di Minnesota c’è anche l’essere stati noi stesse ritratte – e pure col vestito buono – assieme ad un corrucciato Al Milgrom, fondatore della Minneapolis Film Society e mito in forma d’uomo di anni quasi cento.

Gli rendono visita nel suo 95 compleanno ma lui dice che “c’ha da fare, è un giorno come un altro”. “Più anziano regista emergente del mondo” è una definizione che si è cucito addosso da solo.

“Di modo da avere poca concorrenza”.

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AMTRAK EXPERIENCE

L’Union Depot, essendo la stazione di un treno imperiale e costruttore d’imperi (Empire Builder train), vuole essere ancora una stazione imperiale del 1852. Per questo ha due ciabattini d’antan, benché lo strumento lucidatore sia elettronico. (gli shoe shine li ritroveremo anche nella folla di La Guardia, ma elettrificati).

Però l’Amtrak in quanto tale potrebbe costituire i 70 dollari meglio spesi di tutta la vita tua, persino per la “breve” tratta Saint Paul-Chicago. 8 ore ti sembreranno poche e ne vorrai di più, soprattutto dopo aver scoperto sul giornalino che esiste anche la tratta Los Angeles-New Orleans che passa da Tucson.

Sapendo bene per cosa si prende un treno (che qui però i miei vicini adulti stan prendendo emozionati per la prima volta nella vita), l’Amtrak dispone di un observation site, vagone con finestrini doppi anche sul tetto, con scrivanie più grandi della mia e tavolini fronte vetro (senza considerare che le poltrone normali hanno il poggiapiedi, il tavolino semovente e un metro di lunghezza per le gambe).

Allontanarsi da Minneapolis e infiltrarsi nel Minnesota è come ascoltare una canzone di Timber Timbre senza i cori finali, perché qui è tutta una pluralità che non si dispiega (miglia e miglia di ghiaccio in cui ad un tratto potremmo trovare degli umani seduti da soli, nel nulla del nulla d’un bianco di terra screpolata).

La neve-lava si dirada piano piano e diventa persino incendio, o prateria giallina con tratti di rosso, mentre le villette arabeggianti si fanno tract houses dalle forme meno ardite. E da Screamin’ Jay Hawkins si passa a Busted di Wanda Jackson and Jack White.

Ci mancano subito la lava bianca delle città gemelle e la neve negli stivali, anche se in Wisconsin ci sentiamo già un po’ country.

Nel treno si incontrano degli amish, ma non è che gli altri pure non stiano lavorando ai ferri per comporre sciarpe rosa presto da indossare. Gli amish però si distribuiscono nel vagone con fierezza di fotomodelli. Sfilano nei corridoi con frangette precise e capelli rossissimi piegati all’infuori, con gilet neri sopra camice dai colori accesi (o celeste o verde), però a volte anche loro hanno le camicie che fuoriescono dai pantaloni. Uno siede solo dietro di me con posa malinconica. A Portage, WI, ne saliranno molti altri e spesso allegrissimi. Giocano a carte senza figure, con numeri enormi disegnati sopra.

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Ancor prima di aver contribuito al suo fondo pensioni, Will confessa “I love your hair”. Quando gli dico che so’ finti non tanto ci crede.  

Will è l’annunciatore di cibo da treno più esilarante che esista. Riesce a collegare la parola desire ad ogni tipo di bevanda in lattina.


This is CHICAGO

(Dall’incendio sorge l’acciaio, dall’audacia rosso rame sorge la città più bella del mondo, ma tu ti prego non sposare un altro ninja). 

Oggi, nel 1923, voi state percorrendo una strada di Chicago,
ma io vi faccio porgere un cenno di saluto al compagno Colodarsky che, nel 1918,
sta camminando per una strada di Pietrogrado:

egli apprezza il vostro gesto.

Antologia – Scritti di Dziga Vertov

 Prima di partire il mio collega più loquace aveva così riassunto i suoi due anni di vita a Chicago: “vertigini e villette”. Ora, se già fotografare bene le villette risulta difficile per via di tutti i suv parcheggiati davanti, cogliere la prodigiosa verticalità al negativo che si dispiega in maniera unica nelle alleys del centro è impresa ancora più ardua per un malizioso cellulare da 80 euro.

Ma fu proprio al cospetto di un vicolo, in uno dei miei ultimi fallimentari tentativi, che un passante mi sussurrò all’orecchio (a me, proprio a me): “Trump is dead”.

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Già molti stati prima di arrivare a Chicagoland tutti gli under 23 ci paiono Joey Purp, e peraltro avendo raggiunto per la prima volta gradi positivi (addirittura 3) siamo pronte a togliere vere sciarpe e finte pellicce e girare in maglietta a colpi di swag.

La sera che ci recammo al Rosa’s Lounge di Tony Mangiullo (insospettata sede del “Chicago blues with an Italian accent”), Mary Lane era appena entrata nella Blues Hall of Fame, ma ci vollero solo poche alette di pollo ben guarnite per farmi invitare con nonchalance al suo eclettico tavolino. Mary Lane ha un’età fattasi certa, ma canta sui tacchi a spillo e dal vivo farebbe ballare anche le pietre, con o senza amplificatore.

Del resto la sua banda si chiama No static.

Quand’è finita l’esibizione io sento di dover percorrere altri lidi, ma a lei proprio a lei Mary Lane non sembra ammissibile che una persona in carne ed ossa possa camminare con piedi propri per quasi un miglio nella periferia ovest di Chicago. Il carburante, non i piedi! Il carburante, non i piedi!

Dopo avermi tenuto la mano per 5 minuti di preghiera blues riesco a convincerla a farmi andar via con i piedi (in America con i piedi!!!) al modico prezzo di una chiamata all’indomani mattina sulla sua linea privata, per confermare la continuità della mia esistenza.

Di solito non lo faccio ma poi presa da americano scrupolo ho ritrovato la sua business card e l’ho chiamata davvero. Era contenta che si possano usare i piedi, mi sembra. Ma ancora un po’ preoccupata pure alla fine della storia.

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“SAY YES TO MICHIGAN! Any season, any reason”.

Un’altra cosa da cui ci avevano messo tutti in guardia è il viaggio in autobus, specialmente in Greyhound. …Che nei film si vede sempre, ma io a mia figlia in autobus non ce la manderei mai. E invece in questo Greyhound troviamo i completi buoni degli studenti in attesa di colloquio, o chi trasporta quel che d’ogni casa è il necessario. L’unica cosa che spezzava i cuori era lasciare Chicago.

Giunti dalla dolce Michela nella dolce Ann Arbor subiamo un dolce reclamo de frio, e anche qui come in tutti gli altri stati camminare è fortemente temuto e vivamente sconsigliato, pure se la città-campus è piccola e quieta. Ad Ann Arbor non ci sono i ciabattini, la traccia imperial-vintage si esprime forse nei risció degli studenti e nelle cartoline biopolitiche. Ma per tre dollari ho acquistato il più bel stereoscopio del 1866.

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Smoking DETROIT

The queen of broken hearts in a charming electric blue

Detroit è un’onomatopea. Le foto non possono descriverla.

Io non credendo a me stessa ne ho fatte mille,
che contrariamente alla malinconia di sinistra l’imbruttiscono quando è bella,
ma vi prego di considerare che a Detroit la gente vi parla e vi sorride. Non ha certo negli occhi,
la morte del Capitale.

Il nostro secondo e ultimo Marvin ci strappa addirittura un ritratto, subito mettendosi in posa nell’adorabile piazza vuota del Detroit Eastern Market. A Detroit sono tutti belli più dei fotomodelli. Forse lo sapevano anche Yves Marchand e Romain Mouffre, fotografi di moda che qui si erano recati

per diventare

fotografi di rovine.

Al Detroit Institute of Arts (DIA), per estrema coincidenza, troviamo invece una bellissima mostra di foto sulle case-baracche e le case mistificate, c’è persino Alberobello nell’81 e una sessione di film sul “fare casa” nel cinema.

Alla Packard Automotive Plant la security non ci perde di vista, nell’Heidelberg Project invece la vista è perduta, la profondità di campo esplode: ogni interno di casa, così fitto nelle villette statunitensi, s’è sbattuto fuori.  

Dopo sole 8 ore tra fumo e fabbriche ce ne andiamo con la neve che fiocca su Buddy’s (best square) pizza (ever). “Magari ci fosse un campo di bocci qui dentro” mi dicono due mangiapizza battendomi due high five.

Il cielo è blu metallico e viola in motor city, l’ultimo billboard che leggiamo in autostrada recita illuminato: “Beyond any reasonable doubt, JESUS IS ALIVE”.

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UN CANADA IN UBER (almost a long story)

E invece no, da Detroit non ce ne andiamo.

Dopo sole sei ore trascorse al gate 76 del McNamara Airport grazie alla lontana tempesta di neve di nome Quinn, costrette a sedarci in un motel su una qualche Highway in quell’estrema periferia orientale di Detroit dall’ironico nome Romolus ci ricordiamo che nientedimeno il Canada stava proprio lì dall’altra parte del fiume.

Raggiunte le chiavi-schede metalliche del suddetto motel (vista buona su tutto un parcheggio, peccato che noi le nostre macchine le abbiamo distrutte per realizzare istallazioni artistiche postfordiste a Detroit) chiamiamo l’uber di nome Kingsley e l’uber di nome Michael e ci spediamo a Wyandotte, che da google maps sembra proprio “il waterfront”.

[intanto i capelli, non più finti, ci erano diventato un tuttuno]

Arrivate a Wyandotte non c’è nessuno ma proprio nessuno nessuno nessuno. C’è il solito risto-lounge dai soliti 3000 piedi con scoperti tutti i coperti e in lontananza qualche waitress che chi attendere non ha.

È l’ora della vista sbiadita con le nocche tagliate dal gelo e invisibili corvi e corna di navi che non si vedono. Il fiume è nero e c’è un piccolo faro finto vicino ad una clessidra appesa a un filo e le solite bandiere ammericane che a me sembrano sempre bruciare e in fondo in fondo eccolo il Canada, rappresentato dall’isoletta-spazzatura di nome Fighting Island, di cui fino a ieri non sapevamo niente.

C’è il fumo alto anche in Canada, se proviene dall’isola che lotta o da La Salle-Ontario non lo sappiamo, ma i bianchi vapori ricordano Detroit, e dunque rassicurano.

Nuvolette nel cielo scuro e qualche tract house, anche dal nulla è ora di andare.

Da qui apparentemente non ci sono più corse – va da sé, camminiamo allora un po’ per Biddle Avenue ed è lì che quel “pack of nobodies” nel giro di un miglio, 3 dollari nel portafoglio e un ripetuto fischio proveniente dal nowhere dovrebbero farci temere, ma proprio giù all’angolo dove pareva una lucina leggiamo “All hands on dock”, e soprattutto “Fish Fry”.

Ci sono le palme finte e la neve vera, e allora vas y.

Gli americans da dentro mi guardano strano, però assicurano rapido asporto per baked potatos e tuna salad. Del resto anche qui in un locale di mille piedi c’è solo una famiglia da 4 che si fa tanti selfies ed è molto felice. Nel bagno troviamo l’America vera: cavallucci marini in paillettes incorniciate, portachiavi della lotteria del Michigan a volontà, segnali marini d’ogni forma e funzione.

Dobbiamo andare, un buon uber ci ha raggiunto pure essendo “fuori corsa limite” il nostro ritrovo di urbanissimi marinai notturni di Detroit.

[Una cosa che mi chiedo sempre qui è come fanno i signori uber a sapere sempre in anticipo qual sia la colonna sonora giusta per la nostra strada il nostro umore il nostro smarrimento emozionale. Nella way back che come qui le pizze gli ospedali e tutti gli ingredienti urbani si chiama Ford Ave già riconosciamo i posti dell’andata, anche se l’indirizzo era stato smarrito dai no data: Il Lounge Motel Jacuzzi, Joe Joe e poi Wendy’s e la Motor City Marina…

Prima di depositarmi l’Uber Michael scrutando sospetto la final destinazione domanda: “are you gonna be safe?”]

I am an American aquarium drinker I assassin down the avenue I’m hidin’ out in the big city blinkin’ What was I thinkin’ when I let go of you?


Minimal NEW York: La Gente

New York è un container di container.

Sarà che il nostro viaggio-sogno è finito, ci calamitiamo attorno alle dead end, dead zone, red rooms, angoli mortissimi della più profonda Brooklyn e del Coca Cola Queens.

Ritroviamo però per caso vari segni fotografati nel 2009: use less in Lorimer street L, e tutto il concreto ready mix di Bushwick su Morgan Ave… è cemento ancora da mescolare, non esattamente gentrificato. Il Queens invece bestemmia tanto in ogni Deli, per questo ci piace.

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Nei giorni successivi, a Napoli, incontravo la palma di Washington a Villa Floridiana. Di lì a poco sognare di finire col treno in California a causa d’una lieve mancanza del cosiddetto senso d’orientamento.

Ma in realtà era il Nebraska.


[viaggio di fine febbraio-inizio marzo 2018 / durata: 18 giorni ca. / video a venire…]

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LOST IN FOOD VALLEY TRANSLATION ovvero: “hanno dato un altro nome alla Pianura Padana?”

[più altre contestuali peregrinazioni impreviste: Parigi, Lione,  Torino, Saint-ÉtienneSavoia in autogrill, ma innanzitutto il Milano Film Festival, #22 edizione, e poi di nuovo Parma, otto mesi dopo]

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[Riassunto in Cinestill: tungsteno all’aria aperta]

Milano di notte in Via Tortona pullula di passanti giulivi e tenere intenzioni, di giorno invece si scopre via Gluck in retrostazione con le guide più underground, che però dei sotterranei non ne fanno divisa.

Nelle gite agricole s’imparano “tutte le cose”, dal tùtolo alle fermentazioni spontanee, dagli schiavi dei campi agli scarificatori, dalle gabbie moderne ai cogeneratori d’avanguardia, dalle mietilegatrici in nebbia d’autore fin alla tragica scomparsa della pastorizia, che resta solo un’immagine giuliva sulle copertine di settore.

Nelle gite agricole si legge il paesaggio nei suoi solchi, si coglie il riso nella sua nucleare esplosione in strada provinciale, si infrangono fattorie senza porte, con tanto di pullman stracolmo e vettovaglie burrose. Ci hanno scortato Rumiz, Buzzati, Gipi, il signor Routard, il signor Context Reverso, Monsieur Verdi mischiato al rap francese, e poi le cuffie a palla, lo scetticismo giovane, la malvasia, il lamento d’ogni età.

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[La gita agricola in asus cell-phone]

Ogni città vale uno o qualche esame, due o dieci vecchi incontri, settecento imbarazzi, e infine uno stupore primaticcio, ma pronto da portare, “in genere di classe superiore alle confezioni normali”.

E in mezzo c’è Salsomaggiore, “città bellissima”, o il camping Arizona, regno di tentazioni uggiose e albe punitive, o il ponte Lingotto, dove ci si trova a spiare gli elicotteri del padrone Marchionne assieme ad anziane coppiette. E si è potuta finalmente udire la frase “Scusi, ma dov’è la torre di Pisa?” (a Torino).

Nella Savoia invece tornando sole coi bus d’acchiappo, si balla un liscio per strada e ci si stira sul guardrail.
Le Rhône-Alpes ci fanno ancora paura, così moderne e così paesane.
In ogni caso oramai vediamo pecore dovunque.

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[Prima e dopo, falsissimi ritorni]

 

PS: Le fotografie, il viaggio e gli archivi archivi sono di fine-settembre / inizio ottobre 2017 e inizio giugno 2018.

FLOTTA IN POTENZA cerca marinai urbani adatti all’aria di montagna

Quelle navi belle e grandi, impercettibilmente cullate sulle acque tranquille, quelle robuste navi dall’aria scioperata e nostalgica, non ci dicono in una lingua muta: Quando partiremo per la felicità?

 Charles Baudelaire

Si dice “flotta in potenza”, in ambito ovviamente militar-marittimo, la cauta strategia di un’armata a riposo, o meglio “in esistenza”, che nel porto suo se ne sta ferma e buona ad incarnare una minaccia ipotetica e permanente, invece d’andar incontro al nemico per prontamente annientarlo e sottrargli il controllo delle rotte.

P_20160814_121415_1Cemento armato d’un vulcanico pantone arancione sporco e nient’altro, si presenta così ai nostri occhi la cosiddetta “nave” di Potenza: pura minaccia talmente ipotetica da essersi nascosta nel più sicuro porto della Lucania tutta (le lunghe braccia dei suoi migliori IACP, detti anche qui Serpentone e Serpentino).
Disertato veliero senza manco una vela, la beneamata Nave entra suo malgrado tra i miraggi dell’incompiuto lucano: assente una ciurma pronta a domarla, sdegnati gli abitanti del centro (che la vogliono altrove), il ministro Bondi volle bloccare “lo scempio” prima del termine.
Prima di entrar in sciopero per l’eternità, la nave da giardino lucano aveva a dire il vero provocato il nemico urbano per eccellenza (l’abitante di periferia) o quantomeno fomentato i sintomi di malcontento popolare, giacché il progetto andava a coprire la bella collinetta che c’era prima con un ammasso di calcestruzzo che prometteva locali al chiuso ma poi non ha offerto niente, se non un fuori che non nasconde nulla, porte che non aprono, qualche pietruzza nel fango molto zen e un pallido tappeto d’erbetta sui tetti… (Ci stava bene, sotto questi tetti, magari un mercato, un po’ di frutta fresca, e invece gli alimentari restano ai primi piani, tra bizzarre e belle serre improvvisate nei balconi di plastica. Quei primi piani da cui ora non si vede più nulla, se non cemento e spazzatura, ancora una volta ribadendo un certo classismo alla Titanic tanto caro all’Italia moderna e contemporanea).

«Da sopra è bello, ma da sotto non si può guardare», attestarono giustamente gli abitanti nei giorni dell’improvvisa inaugurazione delle speranze potentine, ridotte al didascalico nome “parco Via Tirreno”. Sei anni dopo, la nave si presenta come ordinato labirinto asimmetrico: ogni sua parte è infatti ben indicata da un elegante stencil, decorazione sottile di quelle zigzaganti pareti che non contengono quasi niente (realizzati, a quanto pare, durante il workshop Serpentone reload, che scopriamo essersi svolto in questo sito un paio d’anni fa).
In sciopero anche da se stessa, il robusto naviglio inoperoso e poco fiero è oggi punto di ritrovo di audaci bimbette cicliste.

IL serpentone e l'ex parco Via Tirreno, disegnato da Domenico Desradis

Il Serpentone e l’ex parco Via Tirreno, disegnato da Domenico Destradis

Eppure, sarà perché la fantomatica bruttezza di Potenza è avvolta in un timido mistero, sarà perché le luci di ferragosto impongono un’adorazione senza indugi… la nave di montagna lucana s’afferma come uno di quei posti che ci sali una volta e, pur se tu decidessi che la guerra in mare proprio non la vuoi fare, a questa flotta che forse esiste vuoi bene per forza.
Né potrai certo dimenticare i tetti fitti di triangoli verdi della chiesa che ad essa dà le spalle, o la vallata erbosa fulcro di numerose avventure pre-navali, prontamente riferiteci dalla Guida della Guida (in questo caso, il marinaio-militante autoctono Mimmo Destradis).
Quella generosa collina (così “stretta per l’uomo ma ampia per la vista”), periferia della città più denigrata d’Italia, anche nel tempo concitato della nostra visita sa infatti offrirci il meglio “delle antiche storie”, e pure qualche meraviglia.
Pare infatti che un giorno lo stato avesse conferito a tutti gli affittuari delle vasche da bagno difettose, subito trasformate in bianchi slittini per buttarsi giù dalla collina in caso di forti nevicate.
Pare anche che se da piccolo costruisci un’ampia capanna in mezzo ai palazzi-serpenti, con tanto di tetto e pareti in cemento, i muratori del luogo son pronti a prelevarla con la gru per trasportarla dove più gli piace ed adibirla a comodo spogliatoio.

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Sprovvisti per l’occasione di adeguati mezzi tecnici, ci scusiamo della bruttezza delle foto.
Consigliamo infine all’ipotetico turista all’arrembaggio di fare uno spuntino a Lo Spuntino, rosticceria prefabbricata standard specializzata, come tutti gli sparuti punti di ristoro locali, in cucina generica importata benissimo.

Gita del 14 agosto 2016
Producers: Domenico Destradis & Amy Marx.

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(to be continued…)

DISDICEVOLE è UN PARCO DESERTO. La solidarietà errante ai giardini di Eolo

Intervistato un paio d’anni fa, il paesaggista creatore dei Jardins d’Eole (all’anagrafe l’archistar Michel Corajoud) descrisse così la sua idea originaria del parco, deturpata dal tempo e da un popolo pigro:

Avevo pensato ad un giardino aperto, sviluppato in lunghezza[1], che ricordasse l’area dismessa e gli hangars che accoglievano i treni[2], e allo stesso tempo “spalancasse il panorama”, con una vista larga sulla città. Volevo che gli abitanti, che si erano battuti per preservare questo spazio[3], ottenessero il giardino che avevano sognato: un luogo di incontro, di feste. Ci sono stati dei cambiamenti, ad esempio delle rotonde con delle viole del pensiero piantate da alcuni giardinieri, che io non amo particolarmente. Anche la parte in ghiaia[4] non si è sviluppata come avevamo immaginato durante i test [i visitatori avrebbero dovuto piantarci dei semi, lo spazio è invece rimasto molto inorganico]. Ma a parte questo, il parco funzionava davvero bene. I residenti l’avevano conquistato subito, e tutta una popolazione mista, a immagine del quartiere, veniva a farci dei picnic, a far la siesta sulle panchine. Oggi, invece, è deserto. È deplorevole[5].

Allo stretto confine tra il diciottesimo e il diciannovesimo arrondissement, il giardino di Eolo è forse uno dei luoghi più belli di Parigi, sospeso in figura incerta tra i ponti sulle rotaie che tra poco arrivano alla Gare de l’Est. All’estremità ovest, una lunghissima passerella in legno permette di rimirare proprio quelle vie ferrate: il “viaggio possibile” è sempre a vista.

Delle maioliche di lana, un orso bianco di pelo lungo e qualche graffito si sono invece casualmente depositati sul ponte della rue Riquet: niente lucchetti d’amore metallico a incatenare il panorama.

Da lì spunta pure la celeberrima cantata di cemento di Martin Schulz Van Treeck, classe 1976, e il solitario grattacielo a vele bruciacchiate dell’Evangile, mentre il classico Sacro Cuore spia ancora i fedeli dietro il gioco detto “bilico” e le altalene. (Ah, sì, è un giardino, si vedono anche degli alberi, e persino delle ninfee non pittoriche).

Eole, che qui non è solo il Dio dei venti, ma l’acronimo per “Est Ouest Liaison Express”, avrebbe dovuto proteggere gli abitanti del triangolo del crack (La Chapelle, Stalingrad, Porte de la Chapelle): un quartiere “così difficile…”. (Si badi a quante volte veniva ripetuto l’aggettivo, nella conferenza di inaugurazione al Pavillon de l’Arsenal). Il paesaggista voleva dunque offrire ai residenti una specie di “niche”, un rifugio possibile, che però restasse “civile” (niente tag oltre la bacheca consentita agli ospiti, ha voluto ben specificare).

E difatti è proprio qui che, vagando dal 2 giugno scorso tra l’en plein air della metro la Chapelle, la Halle Pajol, la square St Bernard, il bel Bois Dormoy e l’ex caserma dei pompieri Château-Landon, circa duecento migranti un (pur labile) rifugio da una città sempre difficile lo avevano trovato (ma anche delle orecchie, degli amici).

È partito tutto da un portiere, che ha soccorso chi sfuggiva alla furia ceca delle CRS [Compagnies Républicaines de Sécurité, in pratica le squadre antisommossa]. E da signore, vicini di quartiere, commercianti di zona ed “elettroni liberi”, navigati militanti e timidi insegnanti, ragazzi, vecchi e giovani, associazioni maghrebine e pure stranieri come noi. È partito tutto da chi passa e resta, da chi, se c’è, vede. Da chi, come gli abitanti della Chapelle, nonostante il biochic dell’Esplanade Nathalie Sarraute (vero nome della Halle Pajol), ancora resiste alle brasseries con i buttafuori gentrificanti del 18ème, e in pochissimo tempo si è organizzato per metter su e proteggere gli accampamenti di fortuna creati da e per e con i migranti sia a Eole che sul quai d’Austerlitz (sotto la Cité de la mode et du design).

Sin dal primo giorno le assemblee del Comité de soutien sono trilingue (francese-arabo e tigrigna), e van ben oltre il cielo che s’oscura. E persino i giardini zen dietro gli ostelli a sette stelle son più belli se l’inglese lo confondi con le curve consonantiche dell’arabo moderno, mentre cerchi di spiegare l’inspiegabile ragione per cui devi scrivere una cosa e pronunciarne un’altra, e perché il francese deve andare sempre a finire nel naso.

Gran parte del quartiere ha sgranchito gli occhi troppo quieti d’un tempo, e dopo tanti anni passati a cercare di mistificare il brutto della ville lumière, è solo questa Parigi che vorremmo incontrare. Quella di chi non ha paura a sfiorarsi, di chi non conta i millesimi di secondi, né gli stipendi a 4 zeri, di chi sa fermarsi a dibattere se rendere la strada migliore e/o continuare a cercare, a proprio rischio e pericolo, un tetto vero, un tetto per tutti.
Ma sarà dura, sempre più dura. Perché l’altra città, ferma custode dei picnic dopolavoro, è già in allarme. Non può non irrompere sulla scena. Tutto il parco bisogna ripulire, maschere antigas alla mano, dallo scempio poco civile. ‘Chè domani ci sarà la festa della musica, ci sarà il deejay allegrotto, ci sarà da ridere e ballare e sbronzarsi fino al lunedì.

La separazione tra le due città è netta, e da sempre criticabile.

Nel suo racconto notturno dell’evacuazione dei Jardins d’Eole avvenuta il 19 giugno, Denis, uno dei complici quotidiani di questa solidarietà errante, trae queste conclusioni:

Quoi qu’il en soit remercions les migrantEs. Ils et elles ont suscité une dynamique qui avait tendance à se perdre dans notre quartier. Et permis de faire exemple. N’en doutons pas cette vague fera des petits. Ce qu’a dit cette expérience et ce qui l’a inspirée c’est que dans notre quartier, comme ailleurs, les migrantEs ne sont pas des victimes à qui on tend simplement la main (…) On fait pas de la charité ou de l’humanitaire ici, en dépit des urgences. On tente de coproduire un max, on y arrive pas forcément tout le temps encore mais le désir est là, il s’insinue.

Si dice si sia potuto scegliere, durante lo sgombero dell’OFPRA (Office français de protection des réfugiés et apatrides) e del Comune, se andar nei centri d’accoglienza o meno (alcuni dignitosi, altri provvisori, altri soffocanti). Ma ad incarnare l’ultimatum, eran disposte bene in vista numerose pattuglie di CRS (sempre poco sole e male accompagnate), e in un ora tutto è stato ben ripulito da uomini in tuta antiradiazioni… Persino i chiaroscuri in china di Laura Genz, disegnatrice itinerante che ha ritratto ogni momento dell’erranza parigina, non ci sono più. È in poco tempo occorreva la carta d’identità per rientrare in quell’angolo di Eolo, ormai recintato e spopolato fin a data da definirsi.

La stessa cosa è successa ancora qualche giorno fa, il 9 luglio, alla Halle Pajol, dove un nuovo sgombero (l’ottavo, in poco più di un mese) ha promesso sistemazioni temporanee ai più, dispersi in vari centri d’accoglienza. Alcuni son già di ritorno, ‘ché anche la fiducia del viandante non si conquista a forza d’incerte promesse.

È una rabbia oscillante, continua ancora Denis. E le oscillazioni della nostra rabbia, rabbia che è sconforto ma resta attiva, scandiscono le giornate piene all’accampamento, dovunque si muova.

Perché sono di nuovo lì, inarrestabili, i volti di chi offre assistenza legale e sanitaria, protezione dalle incursioni neonaziste o poliziesche e pure commissioni ludiche e concerti e gite, traduzioni a squarciagola, corsi di francese e finalmente anche di arabo, offerti a noi dai migranti, ed oggi ci sarà anche il Bal des Réfugié.e.s (dei passi nuovi per quel vecchio 14 luglio, tra succhi di ibisco e zenzero).

Salih ha 16 anni, nessuna disperazione negli occhi.
Capitato a Parigi quasi per caso, lo sa pure che tra questa gente si sta bene, ma non può aspettare, non è giusto che attenda ancora.

     –  Qui la situazione è ferma, devo pensare alla stabilità, al mio futuro. Devo andare in Inghilterra, potrei studiare alla Oxford University.

     – E perché no? (aggiunge) Ho già finito le scuole superiori.

(Non ho l’ardire di dirgli che ad Oxford tramandare il privilegio tra i buoni lignaggi è compito più sacro della religione).

     – Sei venuta anche tu qui a Parigi per fare un picnic?

Poco prima dello sgombero di Eolo, era di nuovo nella sua Kalì, “the new jungle”, “la bidonville d’Europa”, dove “fa freddo e non ci sono giardini”.

Ma se Kalì fosse una giungla vera, non ci sarebbero gli umani che costruiscono, in barba all’89, nuove “recinzioni di sicurezza”, ovvero un altro « mur de la Honte » che dovrebbe proteggere il porto (due chilometri per sei metri di altezza sormontati da filo spinato), né ci sarebbero i neopatriottidi residenti di Calais che manifestano contro l’esistenza di altri esseri umani, e la strada sarebbe spianata ai giovani avventurosi.

Vivono in migliaia nelle tendopoli vicine alla fabbrica chimica della Tio­xite, dove la terra è avvelenata, l’aria è avvelenata, l’acqua è avvelenata. Ed è noto il recentissimo accordo tra i ministri Cazeneuve e May, in base al quale il Regno Unito verserà 5 milioni l’anno nelle casse francesi per proteggere sempre meglio le frontiere britanniche.

Se Kali non fosse l’orrenda Calais, non ci sarebbero nemmeno gli arresti (almeno una cinquantina nelle ultime settimane) che disperdono afgani, siriani, eritrei e sudanesi che attendono un destino a Calais verso i Locaux de rétention administrative (LRA) o verso i Centres de rétentions (CRA), di Mesnil, Rouen, Coquelles, il solo modo rapido di  “svuotare la città” e smantellare gli accampamenti, né ci sarebbero i forzati voli di rientro verso Khartoum o verso l’Afghanistan sanciti dalla OQTF (obligation de quitter le territoire français), in perenne violazione del diritto alla libera circolazione.

Nonostante le condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), la Francia è ancora “campionessa di prigionie”. Nel solo 2014 ha privato della libertà quasi 50 mila rifugiati, mentre il numero dei minori incarcerati aumenta di anno in anno (da 3.608 nel 2013 a 5.962 nel 2014). E benché l’ilare Hollande, al momento delle sue elezioni, prometteva di porre fine a questa pratica (2012), la Commission des lois ha appena adottato un emendamento che legalizza la detenzione dei minori di qualsiasi età, disegno di legge socialista che sarà sottomesso all’Assemblea Nazionale il prossimo 20 luglio.


Che sia uno “sgombero dolce” o un’evacuazione a colpi di bastone, nella terra di Marianne non c’è più molta speranza di un letto sicuro, di un lasciapassare o un lasciami entrare, o di una domanda d’asilo che duri meno di 8 mesi.

Impenetrabile, come i fitti strati arborei di una giungla vera, resta solo la ragione ceca per cui soltanto ad alcuni umani è permesso spostarsi, e decidere dove vivere, dove chiedere asilo politico, dove studiare, dove farsi una vita, dove garantirsi una sopravvivenza economica.

A Calais “non c’è un giardino”, nessuna vista su un viaggio possibile.
E quale eroe salgariano potrebbe mai scalfire la violenza delle istituzioni europee, la violenza che decide chi deve “essere al sicuro”, e da cosa.

Si ripete, a più voci, che nella capitale francese avanzino all’incirca 10 milioni di metri quadri vuoti, perfettamente abitabili.

Ma non è mai stata una questione di spazio.
E occorre, ora più che mai, imparare a temere il proprio tempo.

[1] “La grande longueur” era una delle ossessioni di Carajoud, per allungare, stendere il terreno più possibile, mantenendo l’ampiezza qui parallela ad un “gigantesco cielo”.
[2] Si chiamava Cour du Maroc, lo scalo merci della SNCF dismesso dagli anni ’90.
[3] Trattasi dell’associazione Eole, che si era battuta per ben quindici anni.
[4] Motivata dalla sterilità del precedente terreno… in cui pure già spuntavano le prime piante pioniere.
[5] Traduzione nostra e liberissima.


RASSEGNA STAMPA IT-FR-EN (giugno-luglio 2015)

 Social media su Eole-Pajol-Austerlitz-Ventimiglia:

In merito agli ultimi sgomberi…

Forteresse Europe: a proposito di migrazioni e frontiere…

Remembering “Kalì”

Fuggire la guerra, vivere la strada (con i disegni di Laura Genz)

PS : L’articolo è stato scritto a metà luglio, il reportage realizzato a giugno, ma date le evoluzioni in corso (riforma della legge sul diritto d’asilo in Francia, etc.) la rassegna stampa è stata ulteriormente aggiornata.

PS 2: La foto in header è di Giacomo Leso (merci).

CADONO i palazzi in Portogallo

anche nelle vie del centro, non fanno mica gli schizzinosi.
Ma non drammatizziamo, spesso è anche per pigrizia, riferiscono i portoghesi.
Qui i palazzinari non si danno un granché da fare, e i vetri rotti son pronta scenografia.

Invece se andrete in Portogallo in cerca di un clone, sappiate che molto spesso non lo si trova. Mi dicevano ma portateli i fazzoletti a Porto, ‘ché la malinconia è torrida e superba, ma non m’è parso vero. A Porto le bariste mandano i baci e consigliano le sfogliatelle di Napoleone, “uomo francese”. E le cameriere d’una certa età, sanno almeno due lingue. E i giovinotti ti cedono un regno in cambio di niente, e il vino buono costa un euro e ottanta, ma caffè e pastel, meno.
Non l’abbiamo scelto di essere atlantici e nostalgici, ce lo diciamo però con quest’orgoglio fonetico tutto nostro, con uno sguardo scuro.

Tutto l’oceano l’abbiamo nascosto. Si usa così, in Europa, c’è sempre un fiume a separare il mal comune.
Conquistatori pentiti, ogni pontile è una saudade di pietra, ha scritto il navigante.

Cadono i palazzi in Portogallo, ma per pigrizia non li raccolgono.

Oporto. Matosinhos. Lisboa. Belém.
Luglio 2014.
(e giugno 2016)

 

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ROMA B1: Conca d’Oro non è un punto di ritrovo

Inaugurato lo scorso 13 giugno il ramo B1 delle rinomate e fiammanti linee metropolitane di Roma Capitale. Ben presto definita “la Caporetto di Alemanno”, la B1 è stata la reginetta indiscussa delle polemiche estive, la principessa del disagio, la signora del malcontento e infine la carceriera d’insolite prigionie [il 17 settembre, 13 persone sono rimaste bloccate nei suoi fantastici ascensori per quasi un’ora: a quel punto, gli stessi elevatori sono stati messi sotto custodia come “sorvegliati speciali”].

Viale Tirreno

In soli 7 anni di infausti cantieri Impregilo e 733 milioni di euro spesi con eleganza e parsimonia, non si poteva certo fare di meglio per quei 3 lunghi chilometri di cammino serviti dalla B1, che collega una costoletta progressista e sovrappopolata di Montesacro alla borghesia poco magnanima del quartiere Trieste e agli uffici della Laurentina, lasciando fuori la vasta periferia che viene dopo.

Si è parlato di “apertura prematura”, di un mancato rodaggio che avrebbe rovinato il ballo delle debuttanti: così elefantesca e fragile, così grottesca e sproporzionata, la B1 non era ancora pronta, occorreva aspettare, tergiversare, e nel frattempo continuare a sostituire quei cartellini tondi incollati alle paline che minacciavano soppressioni e modifiche riguardanti 41 autobus.

Scale mobili

Come ogni regina che si rispetti, la B1 non avrebbe ammesso rivali. Si è dunque pianificato di eliminare o rallentare ogni precedente collegamento tra Roma Nord-Est e la restante urbe, trasformando l’intera rete dei trasporti dei municipi II, III e IV. Colpo di genio! Per dare l’illusione cinetica che una metro che si manifesta ogni 10 minuti (di contro ai 2 minuti di ogni altra capitale) sia una simpatica gazzella sotterranea, si è pianificato il rallentamento dei mezzi di superficie: le linee espresse son state allora prontamente sostituite da alcuni stegosauri della zona. Ad oggi, ovunque noi siamo, quattro autobus su cinque ci portano misteriosamente a Conca d’Oro, non si sa bene a far cosa. Nonostante l’esubero dei mezzi schierati all’attacco, per arrivarci bisogna però attendere almeno 20 minuti alla fermata. 

futurismi

Quando capiremo che abbiamo il futurismo più vecchio del mondo?

[Avrebbe detto qualcuno.]

Giunti infine al mitico capolinea, preferibilmente durante un classico acquazzone romano che inonda strade sempre concave, occorre infilarsi, armati di ombrellone e calosce, in simpatiche scale mobili all’aperto. Perché? “La pensilina avrebbe disturbato la vista dei cittadini”, afferma il direttore dei lavori di Roma Metropolitana, ma si son di certo utilizzati “materiali che resistono agli agenti atmosferici”.

La quasi entrata dopo l'inutile tragitto scoperto

Per far posto all’immensa “stazione-cattedrale” di Conca d’Oro si è anche pensato di restringere le strade limitrofe, in questo modo chi arriva a velocità smodata dallo stradone del Ponte di Via delle Valli è costretto a moderare la sua superbia automobilistica e a mettersi in coda come tutti gli altri.

Ma la strategia urbanistica più all’avanguardia è sicuramente quella che ha spinto a inglobare e camuffare le transenne e i resti di nuovi e vecchi lavori nella raffinatissima e nient’affatto sciovinista estetica del giallo-rosso della struttura definitiva. Del resto, si sa, a Roma è soltanto la decadenza a non essere precaria, e in ogni caso fa colore.capolinea

Ma altolà! IN QUESTA GUIDA NON SI PARLA DI DEGRADO.

Qui vorremmo piuttosto elogiare il tripudio di bruttezza della B 1.  Arancione, blu e grigio spinto, questa primizia architettonica ci accoglie al suo capolinea dalle forme sinuose con sottofondi radiofonici d’altri tempi, tra una Pausini e un Pino Daniele d’annata ci rinfresca le membra sotto il tetto scoperto a forma ellittica che sovrasta la piazza vuota da oltrepassare dopo aver superato le entrate mobili, attraverso quella lenta processione che ci porterà finalmente al binario. Questo fantasmagorico spazio, aperto e chiuso allo stesso tempo, separa i vari accessi al solo tentativo di renderli il più distante possibile.

AscensoriA quel punto, noi vi consiglieremo di non seguire le indicazioni dei display, neanche fossero funzionanti. Non incameratevi nel vagone che sembrerà erroneamente “quasi pronto” a partire. Ripercorrete la strada a ritroso e uscite fuori. Andate a piedi. L’ardire sarà premiato da un più rapido arrivo, oppure da una deviazione imprevista nel bellissimo parco la cui via principale è dedicata a Valerio Verbano, riserva naturale adibita a varie attività, dotata di piste da corsa blu e frequentata da signore che si emozionano di fronte a una macchina fotografica.

prolungamenti

Nei dintorni troverete una fantastica chiesa in cemento armato, una desueta Giocheria, una misteriosa porta mediterranea accanto a un Sapporo orientale, e infine, se vi avventurate a piedi sul sopraccitato ponte, godrete di una vista al sapor di benzina che ci offre un luna park retrò, la pista ciclabile che costeggia la vecchia stazione Nomentana, le torri INA-casa di Mario Ridolfi a sinistra, i ponti ferroviari immersi nelle splendide boscaglie dell’Aniene a destra.

Annibaliano

Se siete davvero impavidi e vi tapperete gli occhi a ogni murales fascistoide, potreste persino spingervi tra i coloni di Viale Libia, non certo a comprar delle scarpe, magari qualche mignon romolano, da gustare presso la tomba di Elio Callistio, detta anche 

Sedia del Diavolo, o nell’amarissimo parco Virgiliano, detto anche Parco Nemorense. Infine, se l’impresa giungerà al termine, potreste redimervi nel complesso di Sant’Agnese fuori le mura, dove apprenderete esempi paleocristiani di pura fede e martirio: le catacombe, la basilica onoriana e i resti di quella constantiniana, e soprattutto il mausoleo di Santa Costanza, di una bellezza essenziale, sopraffina.

Arianna Lodeserto

Ps: Parte della gita overground la trovate qui.
Il resto è all’immaginazione. O alle vostre gambe.

Profondità della NEVA

Ogni uomo sogna tra i canali di Pietrogrado:
le Nonne al lavoro, i Kosmonauti nei musei, i piroghi tra gli idioti,
le calzature altolocate per raggiungere l’ultima spiaggia
e il fuoco che spalanca i ponti,
ma le navi robotiche e le onde baltiche sono chiuse al popolo.

Custode di Aurora lasciami entrare, Isacco disponi gli scalini
per inseguire i punk di Leningrado,
o gli elmetti tra le pulci, le palestre condominiali,
gli Scimpanzé nelle Zigulì, i battelli ventosi, i pois di Dostoevskij,
uomopanino a passeggio, uomostella depresso,
sarà per un karaoke snob, o per i tram di Paolo Nori,
non ho trovato la tana di Gagarin che sporge dagli angoli,
non dimenticare i marinai di Kronštadt né l’isola di San Basilio,
di acchiappare le architetture cosmiche e il rimosso sovietico.
Piter sotto assedio, Piter come rimedio,
come si contano le carte straniere,
come si rompe il gioco delle lacrime,
non hai mentito abbastanza per un falco pellegrino,
non hai fegato abbastanza per un accento finlandese.
Mimetizzare il cognac, mimetizzare il passato,
difendere Leningrado, difendere il rimedio,
spezzare in mosaico il sangue versato,
una coperta per due, degli scacchi per tre, un caffé con panna,
lanciare gli ultimi rubli,
per adorare il fato.