AMERICA CINEYE. Six States in a while

Questo viaggio è fatto di case.

Siamo partiti con un film dedicato a chi cerca casa e ci hanno offerto le case più belle di tutti gli Stati, che ad aver fatto architettura o l’agente immobiliare magari le sapevamo anche descrivere: case villette mansion cottage doppio cottage apartements flats basements che sono case parallele in case giganti, con portici e verande e bovindi che sono finestre ad arco non finestre a golfo, o serre convertibili colonne colonnate staccionate o un patio, un deck, un gazebo, balconi pochi.

Era un viaggio difficile all’inizio, le doppie guardie Delta usano il terzo grado e il doppio turno nelle coincidenze olandesi. Due guardie donne dicono ma perché stai andando da sola ad un festival di cinema italiano in Minnesota, perché perché perché, chiedono tanto e mi chiedono se sono nervosa e con chi vivi in Italia, con chi vivi, ma perché stai andando da sola perché perché. I Cani li avevamo sentiti tutti, si sa che le coppie non le fermano quasi mai, ma stavolta in ogni caso, in due non c’andavo (manco per sogno).

All’aeroporto di Minneapolis-Saint Paul invece ci spacciano facilmente, nemmeno ce ne accorgiamo, per una dolce mammina del Minnesota, e così evitiamo la scansione multipla d’ogni bagaglio.

Si arriva al buio nella dolce Minneapolis, con rinomata gentilezza del Midwest ci accolgono nel cinema incastonato tra il Mississippi e la neve. “Welcome in Minnesota” ce l’ha detto però la mattina dopo un ragazzotto armato, qui come tutti, di sale e spalaneve d’enormi dimensioni. Li troviamo anche noi nell’atrio della dolce casetta a Saint Anthony Main, dove impariamo a fare il letto con triplo piumino, ciniglia e d’oca.

La neve quando cade la notte è brillantini, di giorno è lava accecante e selvaggia, poi montagna di fango ai lati dei guardrail, o sabbie mobili nelle Minnehaha Falls.

Nel Mississipi vero infatti, blue e blues anche quand’è bianco e di giorno, i confini tra gli stati solidi-liquidi-gassosi son incerti. Ti devi tuffare e scoprire: la materia, il materiale.

Al’s for breakfast è il posto più dolce di Dynkitown e tutti lo consigliano per colazione ma nessuno c’era andato davvero. Noi c’andiamo per cena. E subito leggiamo sulle tazze e magliette: “Abbiamo molti amici e pochi posti a sedere”. È vero dagli anni ’60. “I like it here. Nothing is new, everything is old”, ci dice il cameriere 24enne. E poi aggiunge, “Nella vita bisogna divertirsi”.

E così ci perdiamo su quelle striscioline di ghiaccio sottile dove dovremmo saperci orientare, tra le bianche griglie chiamate città, al di là d’ogni previsione ci scortano sempre dolci sconosciuti, giochiamo ai giochi nelle enormi birrerie, ci baciamo sulla neve tra i camini a gas, e al Mall of America stavo quasi per comprare il cappello giusto.

Scopriamo infine che Jean Nouvel si era recato a Minneapolis per copiare da vari istituti assicurativi e banche e quant’altro l’esatta forma e tinteggiatura della Nouvelle Philarmonique. Ma prima di scappare con le forme vincenti per giustamente redimersi aveva dato a quest’immensa città il Guthrie Theater e in special modo il suo endless bridge: platea fotografica che è un tripudio di vetri in variazioni kelvin e che precipita in quello skyline di farine in fabbrica, dorate ciminiere e papere del Mississipi.

Quasi sempre odio le foto alle persone umane soprattutto alla mia – ma tra le tante stranezze che possono accadervi in 5 giorni di Minnesota c’è anche l’essere stati noi stesse ritratte – e pure col vestito buono – assieme ad un corrucciato Al Milgrom, fondatore della Minneapolis Film Society e mito in forma d’uomo di anni quasi cento.

Gli rendono visita nel suo 95 compleanno ma lui dice che “c’ha da fare, è un giorno come un altro”. “Più anziano regista emergente del mondo” è una definizione che si è cucito addosso da solo.

“Di modo da avere poca concorrenza”.

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AMTRAK EXPERIENCE

L’Union Depot, essendo la stazione di un treno imperiale e costruttore d’imperi (Empire Builder train), vuole essere ancora una stazione imperiale del 1852. Per questo ha due ciabattini d’antan, benché lo strumento lucidatore sia elettronico. (gli shoe shine li ritroveremo anche nella folla di La Guardia, ma elettrificati).

Però l’Amtrak in quanto tale potrebbe costituire i 70 dollari meglio spesi di tutta la vita tua, persino per la “breve” tratta Saint Paul-Chicago. 8 ore ti sembreranno poche e ne vorrai di più, soprattutto dopo aver scoperto sul giornalino che esiste anche la tratta Los Angeles-New Orleans che passa da Tucson.

Sapendo bene per cosa si prende un treno (che qui però i miei vicini adulti stan prendendo emozionati per la prima volta nella vita), l’Amtrak dispone di un observation site, vagone con finestrini doppi anche sul tetto, con scrivanie più grandi della mia e tavolini fronte vetro (senza considerare che le poltrone normali hanno il poggiapiedi, il tavolino semovente e un metro di lunghezza per le gambe).

Allontanarsi da Minneapolis e infiltrarsi nel Minnesota è come ascoltare una canzone di Timber Timbre senza i cori finali, perché qui è tutta una pluralità che non si dispiega (miglia e miglia di ghiaccio in cui ad un tratto potremmo trovare degli umani seduti da soli, nel nulla del nulla d’un bianco di terra screpolata).

La neve-lava si dirada piano piano e diventa persino incendio, o prateria giallina con tratti di rosso, mentre le villette arabeggianti si fanno tract houses dalle forme meno ardite. E da Screamin’ Jay Hawkins si passa a Busted di Wanda Jackson and Jack White.

Ci mancano subito la lava bianca delle città gemelle e la neve negli stivali, anche se in Wisconsin ci sentiamo già un po’ country.

Nel treno si incontrano degli amish, ma non è che gli altri pure non stiano lavorando ai ferri per comporre sciarpe rosa presto da indossare. Gli amish però si distribuiscono nel vagone con fierezza di fotomodelli. Sfilano nei corridoi con frangette precise e capelli rossissimi piegati all’infuori, con gilet neri sopra camice dai colori accesi (o celeste o verde), però a volte anche loro hanno le camicie che fuoriescono dai pantaloni. Uno siede solo dietro di me con posa malinconica. A Portage, WI, ne saliranno molti altri e spesso allegrissimi. Giocano a carte senza figure, con numeri enormi disegnati sopra.

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Ancor prima di aver contribuito al suo fondo pensioni, Will confessa “I love your hair”. Quando gli dico che so’ finti non tanto ci crede.  

Will è l’annunciatore di cibo da treno più esilarante che esista. Riesce a collegare la parola desire ad ogni tipo di bevanda in lattina.


This is CHICAGO

(Dall’incendio sorge l’acciaio, dall’audacia rosso rame sorge la città più bella del mondo, ma tu ti prego non sposare un altro ninja). 

Oggi, nel 1923, voi state percorrendo una strada di Chicago,
ma io vi faccio porgere un cenno di saluto al compagno Colodarsky che, nel 1918,
sta camminando per una strada di Pietrogrado:

egli apprezza il vostro gesto.

Antologia – Scritti di Dziga Vertov

 Prima di partire il mio collega più loquace aveva così riassunto i suoi due anni di vita a Chicago: “vertigini e villette”. Ora, se già fotografare bene le villette risulta difficile per via di tutti i suv parcheggiati davanti, cogliere la prodigiosa verticalità al negativo che si dispiega in maniera unica nelle alleys del centro è impresa ancora più ardua per un malizioso cellulare da 80 euro.

Ma fu proprio al cospetto di un vicolo, in uno dei miei ultimi fallimentari tentativi, che un passante mi sussurrò all’orecchio (a me, proprio a me): “Trump is dead”.

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Già molti stati prima di arrivare a Chicagoland tutti gli under 23 ci paiono Joey Purp, e peraltro avendo raggiunto per la prima volta gradi positivi (addirittura 3) siamo pronte a togliere vere sciarpe e finte pellicce e girare in maglietta a colpi di swag.

La sera che ci recammo al Rosa’s Lounge di Tony Mangiullo (insospettata sede del “Chicago blues with an Italian accent”), Mary Lane era appena entrata nella Blues Hall of Fame, ma ci vollero solo poche alette di pollo ben guarnite per farmi invitare con nonchalance al suo eclettico tavolino. Mary Lane ha un’età fattasi certa, ma canta sui tacchi a spillo e dal vivo farebbe ballare anche le pietre, con o senza amplificatore.

Del resto la sua banda si chiama No static.

Quand’è finita l’esibizione io sento di dover percorrere altri lidi, ma a lei proprio a lei Mary Lane non sembra ammissibile che una persona in carne ed ossa possa camminare con piedi propri per quasi un miglio nella periferia ovest di Chicago. Il carburante, non i piedi! Il carburante, non i piedi!

Dopo avermi tenuto la mano per 5 minuti di preghiera blues riesco a convincerla a farmi andar via con i piedi (in America con i piedi!!!) al modico prezzo di una chiamata all’indomani mattina sulla sua linea privata, per confermare la continuità della mia esistenza.

Di solito non lo faccio ma poi presa da americano scrupolo ho ritrovato la sua business card e l’ho chiamata davvero. Era contenta che si possano usare i piedi, mi sembra. Ma ancora un po’ preoccupata pure alla fine della storia.

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“SAY YES TO MICHIGAN! Any season, any reason”.

Un’altra cosa da cui ci avevano messo tutti in guardia è il viaggio in autobus, specialmente in Greyhound. …Che nei film si vede sempre, ma io a mia figlia in autobus non ce la manderei mai. E invece in questo Greyhound troviamo i completi buoni degli studenti in attesa di colloquio, o chi trasporta quel che d’ogni casa è il necessario. L’unica cosa che spezzava i cuori era lasciare Chicago.

Giunti dalla dolce Michela nella dolce Ann Arbor subiamo un dolce reclamo de frio, e anche qui come in tutti gli altri stati camminare è fortemente temuto e vivamente sconsigliato, pure se la città-campus è piccola e quieta. Ad Ann Arbor non ci sono i ciabattini, la traccia imperial-vintage si esprime forse nei risció degli studenti e nelle cartoline biopolitiche. Ma per tre dollari ho acquistato il più bel stereoscopio del 1866.

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Smoking DETROIT

The queen of broken hearts in a charming electric blue

Detroit è un’onomatopea. Le foto non possono descriverla.

Io non credendo a me stessa ne ho fatte mille,
che contrariamente alla malinconia di sinistra l’imbruttiscono quando è bella,
ma vi prego di considerare che a Detroit la gente vi parla e vi sorride. Non ha certo negli occhi,
la morte del Capitale.

Il nostro secondo e ultimo Marvin ci strappa addirittura un ritratto, subito mettendosi in posa nell’adorabile piazza vuota del Detroit Eastern Market. A Detroit sono tutti belli più dei fotomodelli. Forse lo sapevano anche Yves Marchand e Romain Mouffre, fotografi di moda che qui si erano recati

per diventare

fotografi di rovine.

Al Detroit Institute of Arts (DIA), per estrema coincidenza, troviamo invece una bellissima mostra di foto sulle case-baracche e le case mistificate, c’è persino Alberobello nell’81 e una sessione di film sul “fare casa” nel cinema.

Alla Packard Automotive Plant la security non ci perde di vista, nell’Heidelberg Project invece la vista è perduta, la profondità di campo esplode: ogni interno di casa, così fitto nelle villette statunitensi, s’è sbattuto fuori.  

Dopo sole 8 ore tra fumo e fabbriche ce ne andiamo con la neve che fiocca su Buddy’s (best square) pizza (ever). “Magari ci fosse un campo di bocci qui dentro” mi dicono due mangiapizza battendomi due high five.

Il cielo è blu metallico e viola in motor city, l’ultimo billboard che leggiamo in autostrada recita illuminato: “Beyond any reasonable doubt, JESUS IS ALIVE”.

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UN CANADA IN UBER (almost a long story)

E invece no, da Detroit non ce ne andiamo.

Dopo sole sei ore trascorse al gate 76 del McNamara Airport grazie alla lontana tempesta di neve di nome Quinn, costrette a sedarci in un motel su una qualche Highway in quell’estrema periferia orientale di Detroit dall’ironico nome Romolus ci ricordiamo che nientedimeno il Canada stava proprio lì dall’altra parte del fiume.

Raggiunte le chiavi-schede metalliche del suddetto motel (vista buona su tutto un parcheggio, peccato che noi le nostre macchine le abbiamo distrutte per realizzare istallazioni artistiche postfordiste a Detroit) chiamiamo l’uber di nome Kingsley e l’uber di nome Michael e ci spediamo a Wyandotte, che da google maps sembra proprio “il waterfront”.

[intanto i capelli, non più finti, ci erano diventato un tuttuno]

Arrivate a Wyandotte non c’è nessuno ma proprio nessuno nessuno nessuno. C’è il solito risto-lounge dai soliti 3000 piedi con scoperti tutti i coperti e in lontananza qualche waitress che chi attendere non ha.

È l’ora della vista sbiadita con le nocche tagliate dal gelo e invisibili corvi e corna di navi che non si vedono. Il fiume è nero e c’è un piccolo faro finto vicino ad una clessidra appesa a un filo e le solite bandiere ammericane che a me sembrano sempre bruciare e in fondo in fondo eccolo il Canada, rappresentato dall’isoletta-spazzatura di nome Fighting Island, di cui fino a ieri non sapevamo niente.

C’è il fumo alto anche in Canada, se proviene dall’isola che lotta o da La Salle-Ontario non lo sappiamo, ma i bianchi vapori ricordano Detroit, e dunque rassicurano.

Nuvolette nel cielo scuro e qualche tract house, anche dal nulla è ora di andare.

Da qui apparentemente non ci sono più corse – va da sé, camminiamo allora un po’ per Biddle Avenue ed è lì che quel “pack of nobodies” nel giro di un miglio, 3 dollari nel portafoglio e un ripetuto fischio proveniente dal nowhere dovrebbero farci temere, ma proprio giù all’angolo dove pareva una lucina leggiamo “All hands on dock”, e soprattutto “Fish Fry”.

Ci sono le palme finte e la neve vera, e allora vas y.

Gli americans da dentro mi guardano strano, però assicurano rapido asporto per baked potatos e tuna salad. Del resto anche qui in un locale di mille piedi c’è solo una famiglia da 4 che si fa tanti selfies ed è molto felice. Nel bagno troviamo l’America vera: cavallucci marini in paillettes incorniciate, portachiavi della lotteria del Michigan a volontà, segnali marini d’ogni forma e funzione.

Dobbiamo andare, un buon uber ci ha raggiunto pure essendo “fuori corsa limite” il nostro ritrovo di urbanissimi marinai notturni di Detroit.

[Una cosa che mi chiedo sempre qui è come fanno i signori uber a sapere sempre in anticipo qual sia la colonna sonora giusta per la nostra strada il nostro umore il nostro smarrimento emozionale. Nella way back che come qui le pizze gli ospedali e tutti gli ingredienti urbani si chiama Ford Ave già riconosciamo i posti dell’andata, anche se l’indirizzo era stato smarrito dai no data: Il Lounge Motel Jacuzzi, Joe Joe e poi Wendy’s e la Motor City Marina…

Prima di depositarmi l’Uber Michael scrutando sospetto la final destinazione domanda: “are you gonna be safe?”]

I am an American aquarium drinker I assassin down the avenue I’m hidin’ out in the big city blinkin’ What was I thinkin’ when I let go of you?


Minimal NEW York: La Gente

New York è un container di container.

Sarà che il nostro viaggio-sogno è finito, ci calamitiamo attorno alle dead end, dead zone, red rooms, angoli mortissimi della più profonda Brooklyn e del Coca Cola Queens.

Ritroviamo però per caso vari segni fotografati nel 2009: use less in Lorimer street L, e tutto il concreto ready mix di Bushwick su Morgan Ave… è cemento ancora da mescolare, non esattamente gentrificato. Il Queens invece bestemmia tanto in ogni Deli, per questo ci piace.

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Nei giorni successivi, a Napoli, incontravo la palma di Washington a Villa Floridiana. Di lì a poco sognare di finire col treno in California a causa d’una lieve mancanza del cosiddetto senso d’orientamento.

Ma in realtà era il Nebraska.


[viaggio di fine febbraio-inizio marzo 2018 / durata: 18 giorni ca. / video a venire…]

TO THE WONDERS. Alle porte di Nebida, al cuor di Barbagia

Sardinia is a space age pop masterpiece, 
one of the weirdest exotica island ever created.

Zuccherino – 2018

Sardegna non mia finora siccitosa, ti ho scorta in una grandine di primo maggio,
ed io mai li avrei fotografati e chiesti i nomi di fiori, i rosa tra i muschi,
i porti di carbon mobile, la roccia selvaggia esotica, la meraviglia nuragica.
E allora cosa sei tu, Isola, che per prima mi fai amare la potenza del naturale,
terra di grandi ospiti e di pochi umani, di turisti e misteri, di invadenti vegetali.
Eri una volta convoglio carico di minerali (galena, blenda, calamina),
vi erano battellieri e galanzieri, sfruttati ribelli,
socialisti anarchici pastori briganti donne e longevi.
Si sparse sortilegio anomalo di nuraghi semplici o pentalobati,
spirito di ginestre, di granito e dolore, di aspra scrittura,
di esplosivi e non finito, di maschere e sale, di scheletri e sogni, di flamingo e ciminiere.

Sardegna fuga dal fermo, isola d’isole, terra del vero.

[viaggio d’inizio maggio 2018, per IsReal III edizione. Altre foto qui].

FALCONARA-RICCIONE A/R. “Siamo nel mezzo del divertimento”

Ci sono estati molto peregrine che finiscono a Riccione.
Motivazioni simpatiche e oracolari: un Festival detto Tafuzzy Days nel mimetico Castello degli Agolanti, lì dove suoneranno i celeberrimi Little Pony.

Riccione ed è quasi Tondelli, Riccione ma non è Tondelli.

Né tanto bene ci ricordiamo perché Si andava sempre a Riccione, o si diceva di andare a Riccione. A Riccione in realtà non ci si andava mai. Comitive zero, il decadent pop degli anni ’90 non si viveva: si leggeva in camerette affollate, senza condividere. E chi è che allora si accalcava sotto discoteche piramidali circondate da trattori, madonnine e filo spinato?

Tanti anni dopo di un niente, a seguito d’invito rapido e tentennamenti sparsi, si prende un lento regionale ancora diviso in classi prima e seconda e si scende per forza di cose a Falconara Marittima.

Inutile dire che Falcunara, col suo bell’impianto petrolifero API piazzato sopra le Ferrovie dello Stato nel contempo piazzate sopra un Mare Adriatico, ci cattura a dismisura, allungando l’arrivo plateale nella modesta Riccione.

A Falcunara infatti, sia all’andata che al ritorno, ci piace fermarci un pochino di più, lì nel preciso ed enigmatico triangolo scaleno mare-stazione-petrolchimico, dove l’anonima petroli italiana (checché ne dica Yahoo Answers) ha convinto molti bagnanti solitari, principalmente ottuagenarie moscovite o latitanti di Torre Angela, a stanziarsi in prodigiosi bagni di salute, tra giuochi di carte e capannette di delfini e invasori del comicon.

Ma a Riccione comunque ci dobbiamo andare, anche per poche ore d’intensa malinconia.

Cosa c’è di bello a Riccione?

Nella strada verso il Tafuzzy scorgiamo innanzitutto un rotondismo sfrenato, un rotondismo esagerato: cavalli impennanti e cavalli incastonati (forse in omaggio ai Little Pony?), taralli giganti, Marylin di bronzo con immancabili gonne di bronzo tuttavia svolazzanti, madonnismi qui e lì, e un vecchio Papa venuto malino.

Benché immaginarie, vanno menzionate anche le statue di Marx davanti alle biblioteche (eh sì, queste forse ce le siamo sognate, giacché gli afteristi autoctoni negano e rinnegano e la macchinetta non vuole cogliere, pertanto dobbiamo compensare con parole in bianco e nero…).

Scese infine dal bel castello, vogliamo assolutamente addentrarci in Riviera, subito attirate da promesse di promesse di estremo divertimento: autografi, aperitivi, preaperitivi, cene, precene, disco, predisco, after-post-after e quant’altro mai si possa misurare in unità di prevendita se chiami al cellulare Gigy o Mirko o magari Michy, che subito ti mette in lista.

E così quel “cuore pulsante” di Riccione, detto dal comune Viale Ceccarini, lo percorriamo tutto, per subito rimaner spiazzati dalla fontana del mitico Tonino Guerra, detta dal suddetto “il bosco della pioggia…” in omaggio alle “gocce d’acqua che bagnano i pensieri”. “Nata come un richiamo alla pioggia e al fresco che porta con sé”, questa scultura millennial i suoi friccichi anni ’90 se li porta ancora bene (tant’è che casualmente, solo qualche giorno dopo, la troviamo omaggiata in un testo cirillico, accanto ad altra improbabile scultura decorativa acquatico-esplosiva).

Economicamente sorretto da Sky e da Radio Deejay (sic), il bagnasciuga di Riccione è tutto un revival al culmine di un Viale del tramonto che dopo poco rifaremo tutto d’un fiato, assai delusi da quella spiaggia liberissima e mite, tutta morbida e pigra, quella spiaggia postpensionistica, assai familiar-residenziale benché le pelli splendano di un bronzo splendido, che subito ci fa rimpiangere gli aspri crateri del Salento di qualche mare prima.

Nessuno ci ha messo in lista, nessuno ci ha presentato Gigy, nessuno ci ha fatto pagare d’anticipo lo spassoso frangente pre-disco delle ore 16 e 25.

Ma l’estate si sa, è il regno assolato delle false promesse, di queste e di tante altre che non si possono dire.

Sul binario dell’antica coincidenza per l’antico regionale guardiamo i ritornanti. Ci sono le groupies del Cocoricò (che allora evidentemente è un posto che esiste, non solo un catalizzatore del rumore), ci sono dei giovani laziali impavidi, nostalgici ante-litteram, e tra i romani anche una signora abbronzatona dall’aria loquace. Racconta cosa ne ha tratto della sua permanenza ad Ancona. “Qui si sta bene, ma la gente ‘n’èè accojente. Se tipo a mi suocera je serve l’ajo pe’ fa il sugo, mica ce po’ annà dalla vicina, ‘ché quella nu’ je apre. Mica c’è la cordialità e la confidenza come da noi, ’ché io sempre je do ’na mano alla vicina”.

Terminato il calore del sole e terminato il peregrinare, terminato il revival del revival che tutta Riccione ha nel cuore, torniamo anche noi in qualche capitale. Liberi, in questo freddo spasmodico che di promesse non fa, né tanto meno ne mantiene, di non strapazzare più il passato di sabbia e la letteratura Under. Liberi di non suonare a nessuna vicina. Sapendo che se apre la porta ci guarda subito male, checché ne dicano i cittadini in trasferta.

Foto del 27-28 agosto 2016
(sempre schiacciare sulle singole per scorrere le didascaliche serie)

Dedicato alla compagna di matte scogliere, Prof.ssa Anastasi.

Funeral MAS. Allegra omelia per un’epoca in chiusura

We’ve always taken as a guiding principle of this show that drama isn’t in the event; it’s in the aftermath of the event.

M. & R. King

Domani chiude Mas[1].

Dopo anni d’incredulità, e di sagace bancarotta travestita da pubblicità ingannevole, domani la merce evapora, la cassa chiude, i cassieri tornano nel Cretacico (superiore).
E forse stavolta è proprio vero, dal momento che già dal 10 agosto ne han preso possesso Gli Artisti. (Nello specifico il simpatico collettivo Artisti Innocenti, che celebra la grandeur di queste merci d’altri tempi inondando le vetrine di simpatiche opere flaneuristiche, qui riassunte in foto molto modeste scattate durante l’immancabile vernissage).

Domani muore MAS. Lasciando un figlio d’arte nella bucolica Via delle Vigne Nuove (ma le superfan alla cassa commentano: “Seee, vabbé, ma mica è la stessa cosa”).

E poi cosa succede? Finirà finalmente la Storia? Torneranno le mezze stagioni? Passerà il 19? Ci vestiremo bene?
Ma soprattutto, dove compreremo mai gilet da cacciatori suburbani, pantaloncini Miami beach, giarrettiere acetate e cravatte di ciniglia abbinabili mai, vestaglie per bambini nati vecchi e porta-banane per sempregiovani?
Dove assumeremo costumi sauvage et vintage al prezzo fisso di un euro al pezzo?
In attesa di uno stravolgimento epico qualsiasi, noi intanto abbiamo comprato quante più esequie potevamo, made in Moskva 1980 o ORIGINAL USA, ma sempre ROBBA COATTA, ça va sans dire.

Come affermò anzitempo il piccolo Obama, “chi non ha ancora visitato questi grandi magazzini potrà bullarsi di conoscere questo o quel posto, ma non potrà mai dire di conoscere veramente Roma”.
Affrettatevi dunque nell’ultimo, autentico, acrilico addio.

[1] Magazzini allo Statuto, ex Castelnuovo: storico palazzo-negozio novecentesco, ampiamente omaggiato da ben due documentari, videoclip e quant’altro.

DESTINI DI STATUE. L’arte romana all’ex Centrale Termolettrica Montemartini

Lo so, lo so, in questa guida “non si parla di musei”. Ne di Capitali, né di capitali, potendo.
Ma si parla sempre di non-lavoro, e del mito del lavoro,
eppoi le guide sono fatte per eccedere, per ubriacare, e per far esclamare al turista: “ma che siete matti???”.

E poi c’era venuta voglia di V sec (a.c.).

E allora, cominciamo…

Le statue «giacevano sul pavimento, appena pulite un poco, e con tracce di terra sui bei volti e nelle pieghe dei vestimenti. Facevano un’impressione potente, commovente, stimolante, ma a voler esser sinceri con se stessi, era un’impressione che non si poteva scambiare con un’impressione artistica.

Là giacevano degli esseri quasi morti, vestiti con cura, che sembravano sul punto di risuscitare: gli occhi sono già aperti, ora tendono le braccia. Il visitatore, inginocchiato accanto a loro per vederli meglio, avrebbe dovuto aiutarli a rialzarsi».

La prerogativa di Kerényi sta nell’aver ceduto appassionatamente alla suggestione di quei bronzi «con tracce di terra sui bei volti», e al tempo stesso non aver ceduto alla tentazione di «aiutarli a rialzarsi».

Furio Jesi citante Kerényi, Materiali mitologici. Mito e antropologia nella cultura mitteleuropea

Nel 1997 centinaia di sculture dei Musei capitolini, in occasione delle sempre brevi ristrutturazioni romane, furono trasferite per 8 anni nei locali della prima centrale elettrica pubblica della capitale.  Le macchine e gli dei fu il felice titolo dell’eccentrica, ibrida mostra che inaugurava, in anticipo sui tempi, la moda delle riconversioni attorno ai Gazometri (avevamo già avuto modo di visitare le officine del gas, etc…).

L’ospitale industria fu in seguito confermata come casa permanente. L’à vrai dire avvincente soluzione espositiva ha convinto i romani: le statue rimangono nell’horto nuovo, fatto di manubri e caldaie e motori d’avviamento.

Convertitasi alle belle arti, “l’area di più antica industrializzazione della città” (formula che oggi appare un ossimoro: rabbrividiamo quasi al pensiero di una “Roma industriale”) , ospita dunque in maniera definitiva un dimezzato Teseo del V sec. a.c., un Cicerone, copie di Dioniso e della “grande Atena”, una vera Lucilla e l’“amatissimo Antonioo”, e ancora mosaici epigrafi e frontoni.

Inaugurata nel 1912 dal sindaco Ernesto Nathan (primo politico romano che non fu palazzinaro, nonché sindaco che dette vita all’a noi caro Istituto Case Popolari), l’ex centrale Acea fu in seguito detta Montemartini (in omaggio a chi teorizzava la municipializzazione delle centrali elettriche), e nei suoi cinquant’anni di intensa attività ha operato la trasformazione dell’energia elettrica ad alto voltaggio proveniente dalle centrali situate lungo l’Aniene e la Nera.

“Il disegno generale intendeva esprimere, attraverso una combinazione eclettica di elementi classici, l’orgoglio dell’autorità municipale che provvedeva da sola alla produzione dei servizi per i suoi cittadini. Non altrimenti si può giustificare la monumentalità del prospetto, mentre l’effetto di grande leggerezza determinato dalla presenza delle grandi finestre è dovuto probabilmente alla formazione ingegneristica degli autori Puccioni, degli Abbati e Carocci, che hanno ben presenti le esigenze di praticità funzionale necessarie in un edificio industriale”. Segni particolari: “la decorazione liberty ideata dall’artista romano Duilio Cambellotti, che ha il suo cardine intorno ad un giro di quattro fanciulle nude danzanti, i cui capelli terminanti in frecce rappresentano il trionfo dell’elettricità” [1].

Divenuta obsoleta, ipertelica[2] e arcaica, la Centrale interruppe la produzione di energia elettrica nel 1963. Sventando la triste ipotesi d’un completo smantellamento, verso la fine degli anni ’80 l’ACEA decise però di ristrutturarla, affidando il progetto all’Ignegner Paolo Nervi. Se pure alcuni macchinari furono distrutti, e la maggior parte degli interni cambiò radicalmente il suo aspetto, fu salva la turbina a vapore da 3000 Kw del 1917, così come due enormi motori con ciclo Diesel ad aria compresssa.

Rigenerato l’allestimento termoelettrico si è subito messa in moto l’ibridazione socio-culturale: nella “Sala Macchine” ammiriamo i freschi reperti del centro monumentale di Roma, nella “Sala Caldaie” i giardini, le residenze imperiali e le domus, nella “Sala Colonne” alcuni ritratti della Roma repubblicana, emersi dagli scavi per la costruzione della via del Mare.

Di queste sontuose, misteriose megamacchine, foto d’archivio esposte in loco accennano, oggi, al loro antico funzionamento, mentre disegni e piantine infittiscono il mistero per i non addetti al lavoro.

Passeggiando nel museo, ci attirano i delicati esempi di physiologies ante-litteram in forma di marmo (abbiamo una testa di musa, una testa d’eroe, una “testa ideale maschile”, una musa, una “giovinotta seduta”, pezzi di un greco genuflesso…). E ci attirano anche le centrifughe “per la separazione dell’olio di lubrificazione da tracce dell’acqua di raffreddamento”, la “biella e manovella con testa a croce di un pistone”, il “pignone” e i segnali di marcia e riposo, di frenate e d’avvio. 

 

Si è scritto spesso che, in questo museo, l’archeologia industriale incontra finalmente l’archeologia tout court, e che “questo contrasto incanta”.

Ma non è forse la mancanza di un contrasto netto a, semmai, disincantarci? Non è forse l’allestimento di una dialettica così quieta, così davvero a riposo, a far sobbalzare il turista in cerca di apollinee spartizioni? Può l’industria, seppur spenta, diventare “ambientazione”, o mausoleo da contemplare?

Sebbene le macchine, un tempo fonte di luce sicura per tutta la capitale (persino durante la guerra), non siano sufficientemente illuminate come gli dei in questione, si ha l’impressione che anche su di esse “incomba un destino di statua”, e che Prometeo incontri l’elettricità senza scottarsi, senza stupire.

Col divenire museo dell’una e dell’altra cosa, della tecnica e del mito, dell’arte e del lavoro, del corpo e dell’elettricità, del ferro e dell’ornamento… tempo della storia e del tempo del mito s’intrecciano senza clamore. E non c’è voce del dissidio degli dei e dei romani, né traccia dei conduttori dei motori Diesel, di quanti e quali addetti alla manutenzione fossero necessari per gestire macchinari così complessi.

E allora per il fotografo “doppiamente archeologico”, tutto diventa dettaglio. Dettagli i macchinari un tempo iperproduttivi, dettagli le disiecta membra degli dei, i drappeggi ancora bianchi e i cuori di ruggine, dettagli i pulsanti e i comandi poco equivoci delle macchine analogiche, che pur tuttora intatte, ancora ci sfuggono nell’insieme. Fosse solo per la scomparsa del lavoro (fordista, che dir si voglia).

Dinosauri estinti eppur sopravvissuti, le macchine silenti impongono al turista distratto il ricordo del mito del lavoro, dell’industria e della fatica accanto al mito di quei corpi mai stanchi, di quei corpi divini. Dando forma a un’impressione non artistica. Un’impressione potente.

testo + foto: © Arianna Lodeserto
scatti del 20 settembre 2014

Ringraziamenti: Amy Marx, Francesco d’Achille, Federica e Federico

Immagine in header: La Centrale Montemartini nel 1924


[1] Antonio David Fiore, La centrale termoelettrica Giovanni Montemartini

[2] Ipertelia è lo sviluppo esagerato di alcuni organi, talmente funzionali a un’occorrenza specifica da diventare superflui nel quotidiano, così ingombranti da preannunciare la probabile estinzione della specie che ne soffre. Le forme iperteliche sono corazze fuori uso, come gli enormi macchinari delle fabbriche abbandonate. Se la storia non può riabilitare la loro funzione originaria, il pericolo è allora ridurli a mausolei da contemplare, dove la sublimazione estetica si adagia nelle necropoli della fatica.

ŁODZ VIVE! Avanguardie polacche tra fantasmi del cinema e fabbriche fantasma

Il paragone con Detroit non sorgerà spontaneo. Se dite di voler andar a Łódź, ex baluardo del settore tessile e culla della manifattura polacca, oggi città cinefila, festivaliera e universitaria, in seguito allo stupore e ai feroci tentativi di dissuasione dall’insana meta inturistica saranno in molti a suggerirvi prontamente l’analogia con la metropoli americana simbolo del fallimento fordista e del degrado postindustriale.aereal lodz 2

Tant’è che Philip Lauri ha addirittura girato After the factory,  documentario prodotto da DETROIT LIVES! (in combutta con Stowarzyszenie Topografie) sulla vita parallela dei disoccupati di Łódź e Detroit, in cui non ci si chiede solo “what happens after industrialization and manufacturing leave?” ma anche “what’s next?”. Dalla promessa di non essere nostalgici capiamo che qualcosa si muove, che la vita non smette di scorrere, bene o male, anche quando non può più regolarsi sul metronomo della fabbrica, al ritmo fumoso delle ciminiere.

E ci par vero che Łódź vive! Perché la brevissima visita tra le sue strade sarà piacevole e piena di sorprese, come capita spesso in quei posti in cui ci dicono con tutta forza di non andare.

Nel viaggio in macchina, tra le fitte foreste di lunghi pini e le autostrade appena costruite, avevamo letto sulla Lonely Planet che «rispetto alle altre città polacche, Łódź ha sicuramente un che di incongruente, a partire dal suo nome, che si aereal lodz 3pronuncia “uuch”. Il suo aspetto complessivo è quello di una città dissestata (per usare un eufemismo), che sembra precipitata dall’alto e lasciata lì come si trovava».

Ma noi ridurremmo la sua incongruenza a una pura questione semantica, poiché Łódź vuol dire barca, e una barca è rappresentata sullo scudo araldico della città, ma nessun fiume la attraversa, né c’è un mare a sua disposizione. E poi, precipitando dal Księży Młyn al Muzeum Kinematografii, ci apparrà invece ben affisso alle pareti che l’acrobazia fonetica serviva ai linguisti polacchi a far di Łódź una nuova Hollyłoodge [hollyvuutch], con tanto di scuola di cinema nei pressi, la rinomatissima Państwowa Wyższa Szkoła Filmowa, Telewizyjna i Teatralna (dal comodo acronimo PWSFTviT). La stessa di Andrzej Wajda, Polanski, Kieślowski e Zanussi, per intenderci.

Gratuito tutti i martedì, il museo è assolutamente da vedere, quanto meno per la sua esposizione permanente di keiserpanorama e altri strambi e affascinanti marchingegni dei primordi della settima arte, e soprattutto per il suo corridoio di locandine moderne. Non si trova molto sull’origine della famosa arte posteristica polacca, ma sappiamo che, probabilmente per difficoltà di comunicazioni con l’Occidente, i posters designers, come Wiktor Gorka o Waldemar Swierzy e gli altri esponenti della Polish School of Posters (1940-1980 ca.), erano liberi di dipingere originalissime locandine non ufficiali di pellicole, opere liriche e spettacoli teatrali stranieri in uscita, che, pur essendo controllate dal Partito, davano spesso vita ad incredibili risultati ermeneutici (quasi una recensione visiva composta dall’illustratore, piuttosto che un semplice trailer o una foto di scena decisa dalla produzione stessa). Audaci, ingegnosi, cinici e passionali, delicati o furiosi, furono proprio i poster polacchi ad influenzare profondamente gli sviluppi successivi del graphic design, facendo infine di esso un’“arte bella” a tutti gli effetti.

drink barKsięży MłynUn’altra delle belle particolarità di Łódź, è che essa vanta la più alta densità di biblioteche della Polonia. Ma non è per la sua aria studentesca che vi consigliamo di visitare il bar degli studenti, un locale storico e cosmopolita che per fortuna non è frequentato solo da studenti, ma da bizzarri viandanti d’ogni sorta e tipo, e lì, a notte fonda, vi troverete libri a portar via, freccette e biliardino, prezzi popolari per le vodke più buone.

Vi consigliamo, infine, di entrare nell’alto Textilimpexgrattacielo detto Textilimpex, nei pressi della Łódzki Dom Kultury. Nella sua mensa ancora sovietica potrete mangiare, serviti da esperte cuoche in fuseaux color carne, immancabili pirogi, e dopo che vi sarete rifocillati dovete assolutamente correre fino all’ultimo piano, dove un’agenzia di architetti vi farà scorgere dall’alto dei veri cantieri per una vera metro, e ammirare tutta d’un fiato la sublime incoerenza di Łódz.

Writer-Reporter: Arianna Lodeserto
Executive Producer: Kamil Jed
Hosts & Assistant producers: Kajka Kurowska, Paweł Kz & Fred Go Ahead

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ps: E dal momento che il marchio di “post-fabbrica” è diventato così ambito, proprio oggi, su Il manifesto, anche Charleroi è diventata “la Detroit d’Europa”…

IRON LANDSCAPE. Il lavoro è una bestia rara

Forte odore di ferro, che arriva rapido al ventre…

il fumo e il peso della fabbrica innescata immersa nella più fitta periferia triestina (Sèrvola/Skedenj) può raggiungere, issato dalla bora, Trieste intera. Fuori dalla fabbrica, la quantità di diossine emessa supera quattro volte quelle di un inceneritore, mentre al suo interno si susseguono drammatici incidenti sul lavoro.

Molti attivisti, in special modo gli abitanti di Sèrvola, lottano per la riconversione dell’ecomostro, che emette giornalmente una quantità fuori norma di sostanze cancerogene: IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici), polveri sottili PM10, benzo(a)pirene, oltre ai vapori e fumi di colata che ostacolano una normale respirazione. La minaccia di chiusura dell’indotto, ovvero della delocalizzazione dell’impresa, preoccupa invece i mille lavoratori a rischio disoccupazione.

La ferriera è uno dei molti luoghi che incarna alcuni dei paradossi più amari della nostra epoca: lavorare ad ogni costo e a qualsiasi condizione, quando le alternative sono difficili da immaginare.

Il progetto fotografico, ancora in corso, si propone di documentare l’ambiente lavorativo della Ferriera e gli immediati dintorni della fabbrica, indagando la vita degli operai del ferro e quella degli abitanti di Sèrvola, ma anche l’impatto dell’industria sul paesaggio portuale, sulla natura da sempre rigogliosa della provincia di Trieste.

Trieste, Aprile 2012

Rassegna stampa:

– Il piccolo, gennaio 2016

– Legambiente

Il piccolo, gennaio 2012

Il piccolo, febbraio 2012

Agoravox

La voce di Trieste

Business acciaio

 

Video:

Trieste scenda in piazza

La Ferriera di Servola