AMERICA CINEYE. Six States in a while

Questo viaggio è fatto di case.

Siamo partiti con un film dedicato a chi cerca casa e ci hanno offerto le case più belle di tutti gli Stati, che ad aver fatto architettura o l’agente immobiliare magari le sapevamo anche descrivere: case villette mansion cottage doppio cottage apartements flats basements che sono case parallele in case giganti, con portici e verande e bovindi che sono finestre ad arco non finestre a golfo, o serre convertibili colonne colonnate staccionate o un patio, un deck, un gazebo, balconi pochi.

Era un viaggio difficile all’inizio, le doppie guardie Delta usano il terzo grado e il doppio turno nelle coincidenze olandesi. Due guardie donne dicono ma perché stai andando da sola ad un festival di cinema italiano in Minnesota, perché perché perché, chiedono tanto e mi chiedono se sono nervosa e con chi vivi in Italia, con chi vivi, ma perché stai andando da sola perché perché. I Cani li avevamo sentiti tutti, si sa che le coppie non le fermano quasi mai, ma stavolta in ogni caso, in due non c’andavo (manco per sogno).

All’aeroporto di Minneapolis-Saint Paul invece ci spacciano facilmente, nemmeno ce ne accorgiamo, per una dolce mammina del Minnesota, e così evitiamo la scansione multipla d’ogni bagaglio.

Si arriva al buio nella dolce Minneapolis, con rinomata gentilezza del Midwest ci accolgono nel cinema incastonato tra il Mississippi e la neve. “Welcome in Minnesota” ce l’ha detto però la mattina dopo un ragazzotto armato, qui come tutti, di sale e spalaneve d’enormi dimensioni. Li troviamo anche noi nell’atrio della dolce casetta a Saint Anthony Main, dove impariamo a fare il letto con triplo piumino, ciniglia e d’oca.

La neve quando cade la notte è brillantini, di giorno è lava accecante e selvaggia, poi montagna di fango ai lati dei guardrail, o sabbie mobili nelle Minnehaha Falls.

Nel Mississipi vero infatti, blue e blues anche quand’è bianco e di giorno, i confini tra gli stati solidi-liquidi-gassosi son incerti. Ti devi tuffare e scoprire: la materia, il materiale.

Al’s for breakfast è il posto più dolce di Dynkitown e tutti lo consigliano per colazione ma nessuno c’era andato davvero. Noi c’andiamo per cena. E subito leggiamo sulle tazze e magliette: “Abbiamo molti amici e pochi posti a sedere”. È vero dagli anni ’60. “I like it here. Nothing is new, everything is old”, ci dice il cameriere 24enne. E poi aggiunge, “Nella vita bisogna divertirsi”.

E così ci perdiamo su quelle striscioline di ghiaccio sottile dove dovremmo saperci orientare, tra le bianche griglie chiamate città, al di là d’ogni previsione ci scortano sempre dolci sconosciuti, giochiamo ai giochi nelle enormi birrerie, ci baciamo sulla neve tra i camini a gas, e al Mall of America stavo quasi per comprare il cappello giusto.

Scopriamo infine che Jean Nouvel si era recato a Minneapolis per copiare da vari istituti assicurativi e banche e quant’altro l’esatta forma e tinteggiatura della Nouvelle Philarmonique. Ma prima di scappare con le forme vincenti per giustamente redimersi aveva dato a quest’immensa città il Guthrie Theater e in special modo il suo endless bridge: platea fotografica che è un tripudio di vetri in variazioni kelvin e che precipita in quello skyline di farine in fabbrica, dorate ciminiere e papere del Mississipi.

Quasi sempre odio le foto alle persone umane soprattutto alla mia – ma tra le tante stranezze che possono accadervi in 5 giorni di Minnesota c’è anche l’essere stati noi stesse ritratte – e pure col vestito buono – assieme ad un corrucciato Al Milgrom, fondatore della Minneapolis Film Society e mito in forma d’uomo di anni quasi cento.

Gli rendono visita nel suo 95 compleanno ma lui dice che “c’ha da fare, è un giorno come un altro”. “Più anziano regista emergente del mondo” è una definizione che si è cucito addosso da solo.

“Di modo da avere poca concorrenza”.

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AMTRAK EXPERIENCE

L’Union Depot, essendo la stazione di un treno imperiale e costruttore d’imperi (Empire Builder train), vuole essere ancora una stazione imperiale del 1852. Per questo ha due ciabattini d’antan, benché lo strumento lucidatore sia elettronico. (gli shoe shine li ritroveremo anche nella folla di La Guardia, ma elettrificati).

Però l’Amtrak in quanto tale potrebbe costituire i 70 dollari meglio spesi di tutta la vita tua, persino per la “breve” tratta Saint Paul-Chicago. 8 ore ti sembreranno poche e ne vorrai di più, soprattutto dopo aver scoperto sul giornalino che esiste anche la tratta Los Angeles-New Orleans che passa da Tucson.

Sapendo bene per cosa si prende un treno (che qui però i miei vicini adulti stan prendendo emozionati per la prima volta nella vita), l’Amtrak dispone di un observation site, vagone con finestrini doppi anche sul tetto, con scrivanie più grandi della mia e tavolini fronte vetro (senza considerare che le poltrone normali hanno il poggiapiedi, il tavolino semovente e un metro di lunghezza per le gambe).

Allontanarsi da Minneapolis e infiltrarsi nel Minnesota è come ascoltare una canzone di Timber Timbre senza i cori finali, perché qui è tutta una pluralità che non si dispiega (miglia e miglia di ghiaccio in cui ad un tratto potremmo trovare degli umani seduti da soli, nel nulla del nulla d’un bianco di terra screpolata).

La neve-lava si dirada piano piano e diventa persino incendio, o prateria giallina con tratti di rosso, mentre le villette arabeggianti si fanno tract houses dalle forme meno ardite. E da Screamin’ Jay Hawkins si passa a Busted di Wanda Jackson and Jack White.

Ci mancano subito la lava bianca delle città gemelle e la neve negli stivali, anche se in Wisconsin ci sentiamo già un po’ country.

Nel treno si incontrano degli amish, ma non è che gli altri pure non stiano lavorando ai ferri per comporre sciarpe rosa presto da indossare. Gli amish però si distribuiscono nel vagone con fierezza di fotomodelli. Sfilano nei corridoi con frangette precise e capelli rossissimi piegati all’infuori, con gilet neri sopra camice dai colori accesi (o celeste o verde), però a volte anche loro hanno le camicie che fuoriescono dai pantaloni. Uno siede solo dietro di me con posa malinconica. A Portage, WI, ne saliranno molti altri e spesso allegrissimi. Giocano a carte senza figure, con numeri enormi disegnati sopra.

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Ancor prima di aver contribuito al suo fondo pensioni, Will confessa “I love your hair”. Quando gli dico che so’ finti non tanto ci crede.  

Will è l’annunciatore di cibo da treno più esilarante che esista. Riesce a collegare la parola desire ad ogni tipo di bevanda in lattina.


This is CHICAGO

(Dall’incendio sorge l’acciaio, dall’audacia rosso rame sorge la città più bella del mondo, ma tu ti prego non sposare un altro ninja). 

Oggi, nel 1923, voi state percorrendo una strada di Chicago,
ma io vi faccio porgere un cenno di saluto al compagno Colodarsky che, nel 1918,
sta camminando per una strada di Pietrogrado:

egli apprezza il vostro gesto.

Antologia – Scritti di Dziga Vertov

 Prima di partire il mio collega più loquace aveva così riassunto i suoi due anni di vita a Chicago: “vertigini e villette”. Ora, se già fotografare bene le villette risulta difficile per via di tutti i suv parcheggiati davanti, cogliere la prodigiosa verticalità al negativo che si dispiega in maniera unica nelle alleys del centro è impresa ancora più ardua per un malizioso cellulare da 80 euro.

Ma fu proprio al cospetto di un vicolo, in uno dei miei ultimi fallimentari tentativi, che un passante mi sussurrò all’orecchio (a me, proprio a me): “Trump is dead”.

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Già molti stati prima di arrivare a Chicagoland tutti gli under 23 ci paiono Joey Purp, e peraltro avendo raggiunto per la prima volta gradi positivi (addirittura 3) siamo pronte a togliere vere sciarpe e finte pellicce e girare in maglietta a colpi di swag.

La sera che ci recammo al Rosa’s Lounge di Tony Mangiullo (insospettata sede del “Chicago blues with an Italian accent”), Mary Lane era appena entrata nella Blues Hall of Fame, ma ci vollero solo poche alette di pollo ben guarnite per farmi invitare con nonchalance al suo eclettico tavolino. Mary Lane ha un’età fattasi certa, ma canta sui tacchi a spillo e dal vivo farebbe ballare anche le pietre, con o senza amplificatore.

Del resto la sua banda si chiama No static.

Quand’è finita l’esibizione io sento di dover percorrere altri lidi, ma a lei proprio a lei Mary Lane non sembra ammissibile che una persona in carne ed ossa possa camminare con piedi propri per quasi un miglio nella periferia ovest di Chicago. Il carburante, non i piedi! Il carburante, non i piedi!

Dopo avermi tenuto la mano per 5 minuti di preghiera blues riesco a convincerla a farmi andar via con i piedi (in America con i piedi!!!) al modico prezzo di una chiamata all’indomani mattina sulla sua linea privata, per confermare la continuità della mia esistenza.

Di solito non lo faccio ma poi presa da americano scrupolo ho ritrovato la sua business card e l’ho chiamata davvero. Era contenta che si possano usare i piedi, mi sembra. Ma ancora un po’ preoccupata pure alla fine della storia.

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“SAY YES TO MICHIGAN! Any season, any reason”.

Un’altra cosa da cui ci avevano messo tutti in guardia è il viaggio in autobus, specialmente in Greyhound. …Che nei film si vede sempre, ma io a mia figlia in autobus non ce la manderei mai. E invece in questo Greyhound troviamo i completi buoni degli studenti in attesa di colloquio, o chi trasporta quel che d’ogni casa è il necessario. L’unica cosa che spezzava i cuori era lasciare Chicago.

Giunti dalla dolce Michela nella dolce Ann Arbor subiamo un dolce reclamo de frio, e anche qui come in tutti gli altri stati camminare è fortemente temuto e vivamente sconsigliato, pure se la città-campus è piccola e quieta. Ad Ann Arbor non ci sono i ciabattini, la traccia imperial-vintage si esprime forse nei risció degli studenti e nelle cartoline biopolitiche. Ma per tre dollari ho acquistato il più bel stereoscopio del 1866.

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Smoking DETROIT

The queen of broken hearts in a charming electric blue

Detroit è un’onomatopea. Le foto non possono descriverla.

Io non credendo a me stessa ne ho fatte mille,
che contrariamente alla malinconia di sinistra l’imbruttiscono quando è bella,
ma vi prego di considerare che a Detroit la gente vi parla e vi sorride. Non ha certo negli occhi,
la morte del Capitale.

Il nostro secondo e ultimo Marvin ci strappa addirittura un ritratto, subito mettendosi in posa nell’adorabile piazza vuota del Detroit Eastern Market. A Detroit sono tutti belli più dei fotomodelli. Forse lo sapevano anche Yves Marchand e Romain Mouffre, fotografi di moda che qui si erano recati

per diventare

fotografi di rovine.

Al Detroit Institute of Arts (DIA), per estrema coincidenza, troviamo invece una bellissima mostra di foto sulle case-baracche e le case mistificate, c’è persino Alberobello nell’81 e una sessione di film sul “fare casa” nel cinema.

Alla Packard Automotive Plant la security non ci perde di vista, nell’Heidelberg Project invece la vista è perduta, la profondità di campo esplode: ogni interno di casa, così fitto nelle villette statunitensi, s’è sbattuto fuori.  

Dopo sole 8 ore tra fumo e fabbriche ce ne andiamo con la neve che fiocca su Buddy’s (best square) pizza (ever). “Magari ci fosse un campo di bocci qui dentro” mi dicono due mangiapizza battendomi due high five.

Il cielo è blu metallico e viola in motor city, l’ultimo billboard che leggiamo in autostrada recita illuminato: “Beyond any reasonable doubt, JESUS IS ALIVE”.

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UN CANADA IN UBER (almost a long story)

E invece no, da Detroit non ce ne andiamo.

Dopo sole sei ore trascorse al gate 76 del McNamara Airport grazie alla lontana tempesta di neve di nome Quinn, costrette a sedarci in un motel su una qualche Highway in quell’estrema periferia orientale di Detroit dall’ironico nome Romolus ci ricordiamo che nientedimeno il Canada stava proprio lì dall’altra parte del fiume.

Raggiunte le chiavi-schede metalliche del suddetto motel (vista buona su tutto un parcheggio, peccato che noi le nostre macchine le abbiamo distrutte per realizzare istallazioni artistiche postfordiste a Detroit) chiamiamo l’uber di nome Kingsley e l’uber di nome Michael e ci spediamo a Wyandotte, che da google maps sembra proprio “il waterfront”.

[intanto i capelli, non più finti, ci erano diventato un tuttuno]

Arrivate a Wyandotte non c’è nessuno ma proprio nessuno nessuno nessuno. C’è il solito risto-lounge dai soliti 3000 piedi con scoperti tutti i coperti e in lontananza qualche waitress che chi attendere non ha.

È l’ora della vista sbiadita con le nocche tagliate dal gelo e invisibili corvi e corna di navi che non si vedono. Il fiume è nero e c’è un piccolo faro finto vicino ad una clessidra appesa a un filo e le solite bandiere ammericane che a me sembrano sempre bruciare e in fondo in fondo eccolo il Canada, rappresentato dall’isoletta-spazzatura di nome Fighting Island, di cui fino a ieri non sapevamo niente.

C’è il fumo alto anche in Canada, se proviene dall’isola che lotta o da La Salle-Ontario non lo sappiamo, ma i bianchi vapori ricordano Detroit, e dunque rassicurano.

Nuvolette nel cielo scuro e qualche tract house, anche dal nulla è ora di andare.

Da qui apparentemente non ci sono più corse – va da sé, camminiamo allora un po’ per Biddle Avenue ed è lì che quel “pack of nobodies” nel giro di un miglio, 3 dollari nel portafoglio e un ripetuto fischio proveniente dal nowhere dovrebbero farci temere, ma proprio giù all’angolo dove pareva una lucina leggiamo “All hands on dock”, e soprattutto “Fish Fry”.

Ci sono le palme finte e la neve vera, e allora vas y.

Gli americans da dentro mi guardano strano, però assicurano rapido asporto per baked potatos e tuna salad. Del resto anche qui in un locale di mille piedi c’è solo una famiglia da 4 che si fa tanti selfies ed è molto felice. Nel bagno troviamo l’America vera: cavallucci marini in paillettes incorniciate, portachiavi della lotteria del Michigan a volontà, segnali marini d’ogni forma e funzione.

Dobbiamo andare, un buon uber ci ha raggiunto pure essendo “fuori corsa limite” il nostro ritrovo di urbanissimi marinai notturni di Detroit.

[Una cosa che mi chiedo sempre qui è come fanno i signori uber a sapere sempre in anticipo qual sia la colonna sonora giusta per la nostra strada il nostro umore il nostro smarrimento emozionale. Nella way back che come qui le pizze gli ospedali e tutti gli ingredienti urbani si chiama Ford Ave già riconosciamo i posti dell’andata, anche se l’indirizzo era stato smarrito dai no data: Il Lounge Motel Jacuzzi, Joe Joe e poi Wendy’s e la Motor City Marina…

Prima di depositarmi l’Uber Michael scrutando sospetto la final destinazione domanda: “are you gonna be safe?”]

I am an American aquarium drinker I assassin down the avenue I’m hidin’ out in the big city blinkin’ What was I thinkin’ when I let go of you?


Minimal NEW York: La Gente

New York è un container di container.

Sarà che il nostro viaggio-sogno è finito, ci calamitiamo attorno alle dead end, dead zone, red rooms, angoli mortissimi della più profonda Brooklyn e del Coca Cola Queens.

Ritroviamo però per caso vari segni fotografati nel 2009: use less in Lorimer street L, e tutto il concreto ready mix di Bushwick su Morgan Ave… è cemento ancora da mescolare, non esattamente gentrificato. Il Queens invece bestemmia tanto in ogni Deli, per questo ci piace.

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Nei giorni successivi, a Napoli, incontravo la palma di Washington a Villa Floridiana. Di lì a poco sognare di finire col treno in California a causa d’una lieve mancanza del cosiddetto senso d’orientamento.

Ma in realtà era il Nebraska.


[viaggio di fine febbraio-inizio marzo 2018 / durata: 18 giorni ca. / video a venire…]

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TO THE WONDERS. Alle porte di Nebida, al cuor di Barbagia

Sardinia is a space age pop masterpiece, 
one of the weirdest exotica island ever created.

Zuccherino – 2018

Sardegna non mia finora siccitosa, ti ho scorta in una grandine di primo maggio,
ed io mai li avrei fotografati e chiesti i nomi di fiori, i rosa tra i muschi,
i porti di carbon mobile, la roccia selvaggia esotica, la meraviglia nuragica.
E allora cosa sei tu, Isola, che per prima mi fai amare la potenza del naturale,
terra di grandi ospiti e di pochi umani, di turisti e misteri, di invadenti vegetali.
Eri una volta convoglio carico di minerali (galena, blenda, calamina),
vi erano battellieri e galanzieri, sfruttati ribelli,
socialisti anarchici pastori briganti donne e longevi.
Si sparse sortilegio anomalo di nuraghi semplici o pentalobati,
spirito di ginestre, di granito e dolore, di aspra scrittura,
di esplosivi e non finito, di maschere e sale, di scheletri e sogni, di flamingo e ciminiere.

Sardegna fuga dal fermo, isola d’isole, terra del vero.

[viaggio d’inizio maggio 2018, per IsReal III edizione. Altre foto qui].

LOST IN FOOD VALLEY TRANSLATION ovvero: “hanno dato un altro nome alla Pianura Padana?”

[più altre contestuali peregrinazioni impreviste: Parigi, Lione,  Torino, Saint-ÉtienneSavoia in autogrill, ma innanzitutto il Milano Film Festival, #22 edizione, e poi di nuovo Parma, otto mesi dopo]

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[Riassunto in Cinestill: tungsteno all’aria aperta]

Milano di notte in Via Tortona pullula di passanti giulivi e tenere intenzioni, di giorno invece si scopre via Gluck in retrostazione con le guide più underground, che però dei sotterranei non ne fanno divisa.

Nelle gite agricole s’imparano “tutte le cose”, dal tùtolo alle fermentazioni spontanee, dagli schiavi dei campi agli scarificatori, dalle gabbie moderne ai cogeneratori d’avanguardia, dalle mietilegatrici in nebbia d’autore fin alla tragica scomparsa della pastorizia, che resta solo un’immagine giuliva sulle copertine di settore.

Nelle gite agricole si legge il paesaggio nei suoi solchi, si coglie il riso nella sua nucleare esplosione in strada provinciale, si infrangono fattorie senza porte, con tanto di pullman stracolmo e vettovaglie burrose. Ci hanno scortato Rumiz, Buzzati, Gipi, il signor Routard, il signor Context Reverso, Monsieur Verdi mischiato al rap francese, e poi le cuffie a palla, lo scetticismo giovane, la malvasia, il lamento d’ogni età.

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[La gita agricola in asus cell-phone]

Ogni città vale uno o qualche esame, due o dieci vecchi incontri, settecento imbarazzi, e infine uno stupore primaticcio, ma pronto da portare, “in genere di classe superiore alle confezioni normali”.

E in mezzo c’è Salsomaggiore, “città bellissima”, o il camping Arizona, regno di tentazioni uggiose e albe punitive, o il ponte Lingotto, dove ci si trova a spiare gli elicotteri del padrone Marchionne assieme ad anziane coppiette. E si è potuta finalmente udire la frase “Scusi, ma dov’è la torre di Pisa?” (a Torino).

Nella Savoia invece tornando sole coi bus d’acchiappo, si balla un liscio per strada e ci si stira sul guardrail.
Le Rhône-Alpes ci fanno ancora paura, così moderne e così paesane.
In ogni caso oramai vediamo pecore dovunque.

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[Prima e dopo, falsissimi ritorni]

 

PS: Le fotografie, il viaggio e gli archivi archivi sono di fine-settembre / inizio ottobre 2017 e inizio giugno 2018.

MEZZO SGUARDO DI ULISSE E UN POLIGONO CHE INFIN SI CHIUDE, ma poi ricomincia.

Dear journalist,

If the Ascona-Locarno region were a film, it would be in the Heimatfilm genre: altough it would feature a strong element of cultural sentimentally, we would nevertheless want to give it a contemporary, crisp edge!

Cap. I:
Essere Pardi.
Storia di due intrusi tra gli altri.

Uno non se l’aspetta ma a Locarno città ci sono le vigne con l’uva pronta ai margini dei marciapiedi e i fichi mediterranei alle pareti. E gli svizzeri sono affettuosi che dir si voglia. Ma certo non aspettarti di rinvenire pavimenti pareti tavolini o poggiapiedi su cui l’antico leopardo non abbia posato almeno 70 zampe al secondo. Il Festival non è in città, è la città ad essere nel Festival.

Come un Thomas Mann al Kodachrome, 44 ore in Svizzera incantano, ma noi già dobbiamo lasciarla questa cittadella sfarzosa tutta a tinta di giaguaro. E persino Lugano bella all’orizzonte cui mai dire addio, verde e senza tregua. 

 

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Cap. II:
Tonda Sovietica Sofia.
Su tutti i suoli bulgari.

Quando si giunge nella provincia di Sofia via cielo, i campi appaiono stretti stretti e lunghi lunghi. E le schiere di villette e casermoni popolari, così ben separate, sfilano modeste e quiete. Ma da vicino tutto si mescola.

Non abbiamo ritrovato, con sommo gaudio, alcuna traccia di gentrificazione, né squarci eccessivamente turistici. Probabilmente tutto è in preparazione: i suoli bulgari appaiono in verace subbuglio, con cantieri spalancati su ogni via, aperti come le porte e i portoni dei giovanili ostelli a forma d’impalcatura.  

[Ci narrano che quando un soldato bulgaro infrangeva il militar regolamento, doveva farsi edile, o seppellirsi vivo in una centrale nucleare. Tutti dunque una casa sceglievano di costruire. Ora le case crollano, e chissà se anche i loro peccati hanno smesso di infliggere dei mestieri ingrati].

 

A Sofia i tickets si scrivono a mano a mano e poi si ricopiano sulla telescrivente, i tondi e scivolosi tetti dei minareti sono invece ricostruiti in un battibaleno, senza protezione alcuna. Gli orari dell’unico treno per Salonicco (due treni un bus, per sovietica precisione), sono scritti su un pizzino disponibile alla vista alla cassa internazionale dell’immensa Centralna Gara (lì dove all’alba si incontrano spadaccini e lanciatori di coltelli dai baffi molto folti). L’ora di arrivo a Salonicco però, chi ve la può dire.

Se invece chiedete un biglietto in più in qualsiasi botteghino delle raggianti e simboliche stazioni metropolitane, la cassiera potrebbe replicare scocciatamente: “No tomorrow!!!” ‘Ché non c’è posto qui per spostamenti ipotetici o amici immaginari. Se parti, fatti vedere! Ma oggi, non domani.

 

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Cap. III:
In Macedonia cercavamo…

La Grecia macedone che si materializza a Salonicco è arida e coatta oltre ogni immaginazione, oppure immacolata e sterile come le dita calcidiche (la prima e la seconda, la terza è monaca). Ma il materasso su larghe doghe in puro legno e i cuscinoni nel baldacchino e i letti a forma di palafitta magari potevi pure non trascinarli tra i sassi di mare, sui miseri 20 centimetri di bagnasciuga.

In Grecia cercavamo l’anarchia, che è scritta fitta fitta sui suoi muri tremolanti, ma di persona non perviene. Il Governo di Tsipras, ci dicono, ha sgomberato Nadir, HURRIYA, ORFANOTROFEIO e forse pure Mikropolis, ci restano dunque un Alessandro O Megas tutto in oro scarato e dei moderni e fieri pascià ammantati sulle spiagge calcidiche.

In Grecia un grecista o un amante dei miti forse non dovrebbe andarci mai. Il mito resta per noi confinato alle soglie misteriose di Kallypse 111 e Terra Incognita, forse gli unici spazi sociali rimasti in piedi. Incontriamo però al mercato delle pulci un anarchico dai capelli gialli. Vende 5 chiavi inglesi, una brugola, un amaro e un’affettatrice. Annuncia tre giorni di sciopero nella piazza di Aristotele a partire dal 16 agosto. Noi ahinoi non ci saremo, e di certo le cassiere bulgare già lo sapevano.

 

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Cap. IV:
Andare ai resti.
Perché ogni estate si va in Sicilia.
(Le Incomplete 3)

Abbandoniamo Salonicco e dalle sfere altosovietiche precipitiamo nei triangoli siculi. Lì dove impariamo che se devi ammalarti è bene farlo tra il mare e i monti e le palme fraginesi, perché le scaffe sollevano dai dispiaceri di tutte le forme. E pure che le deejay malinconiche acchiappano le folle, ingorde di melodiche cassatelle.

Abbiamo intravisto 22 città in diciotto giorni, precari d’estate come in eterno. Non appena ci affezioniamo, dobbiamo sparire, non appena conosciamo, dobbiamo dimenticare, e di certo in un lampo verremo dimenticate.

Tutti quegli occhi dialettali non ci sono bastati, di quelle voragini volevamo far spiragli e invece è già una nostalgia che si calcifica, e poi tanto, avrebbe detto Nonna, alla fine tutto si mescola, persino negli stomaci più inquieti, e ben presto non sapremo più distinguerne le schegge.

 

Pare dunque che anche i viaggi così geometrici, prima o poi debbano finire. E allora mezzo sguardo di Ulisse finisce, o finisce quasi, tra Gibellina vecchia e Gibellina nuova.

Nella valle del Belice ci sono le vigne deserte e le ceneri ignote. Dove ti aspetti una madonnina c’è Don José, dolcissimo uomo con baffi sottili ma bulgari. Dove ti aspetti un incendio, c’è sempre un incendio, e dove ti aspetti un paesino, il cemento d’autore sorregge morte dimore tra le vie ancora vive.

Ma il cemento non è cemento, sono case bianche e porose, perennemente ferme, ma incomplete. Vi emergono piccoli arbusti e ramoscelli, tracce di terracotta dislivelli e sassolini. Emerge Gibellina.

“Gibellina nuova”, invece, è costellata di firme d’artista, e la piazza centrale è un tripudio d’incompiuto dove piccoli calciatori si danno da fare, e i siculi si fermano al bar Agorà con mitologica insegna in greco antico, e nel retro cantiere svolazzano esauste e pallide la bandiera dell’Europa e dell’Italia, vicine vicine.

Ogni viaggio dovrebbe finire in Sicilia, perché Sicilia è il nome del non finito.  

 

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Cap V:
Majakovskij a Mergellina
(“Il viaggiatore ritorna subito”)

Napoli a settembre spalanca l’altissimo portone e i delfini cotonati di Largo Sermoneta, dove ci si dice borderline tra le meraviglie mergelline e le alture di Posillipo, protette queste ultime alle ore buie da un insolito drone.

Abbiamo schivato gli impavidi motorini della Sanità, scalato via Vittorio Emanuele tutta con il romantico C16 che scopre Chiaia e la Napoli bene costellata di fede ultras, rigorosamente non tesserata.

Ci hanno detto che più alti sono i portoni, più ricchi sono i ricchi, ma altissimo ci par solo il rosso frenocomio dal popolo e per il popolo liberato, nella simpatia malinconica di Materdei, alle cui spalle abbiamo scoperto i contorni del Principe, persino della sua morte spodestato.

I pontili coatti sono fatti per ballare sulle navi chicche, il caffè con panna era già sospeso per brindare alla Russia nello studio di Vania, il tempo di un finto addio tra compagni ci ha svelato quell’ultimo centro che ancora protegge le animelle dall’antica peste e dall’infame colera.

Tra tutte le dolcezze concesse dai rapidi passeggeri di treno e di pullman e di tram e di bus e di spiagge e di cinematografi, è forse questo il segreto accordo tra i luoghi che più ci commuove. Gibellina, le Fontanelle: radunare i resti, quelle animelle anonime e sparse, quei tetti quasi salvi.

 

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[…analogiche a venire

tutte le immagini: © Arianna Lodeserto]

DOLOMIA ET INSOMNIA. Un pisolino tra le montagne quest’estate andrò a cercar

Non è di certo autoevidente che il sonno della ragione generi mostri, anzi. Soprattutto se si tratta di un sonnellino. Ne sa qualcosa l’inattuale pellegrino che si avventura sulle Alpi venete, ebbro dapprincipio di voglia di superare e superarsi, illuministicamente tronfio, pronto a dimostrare la propria levatura di fronte alla storia universale e al resto dell’umanità, e poi invece puntualmente costretto a scoprire il fascino inattuale di un pratino.

Ma procediamo con ordine.

Tutto cominciò con Napoleone Bonaparte: inaspettatamente, nel 1796, la campagna d’Italia portò il giovane comandante corso ad estendere l’influenza della neonata Repubblica francese all’Italia centro-settentrionale, per poi popolare l’intera penisola di repubbliche. Un’ondata di attualità investì le autoctone popolazioni, risvegliando spiriti repubblicani e indipendentisti, da secoli ormai felicemente abbandonati al torpore del sonno e del buon vecchio feudalesimo. Cominciava così la massiccia importazione di beni ideologici dalla Francia, tra cui – in primis – illuminismo e nazionalismo.

Inutile e pedissequo ricordare i nomi dei tanti ufficiali e uomini di scienza che accompagnarono Napoleone, tanto in Italia quanto in Egitto e nelle numerose altre spedizioni: diciamo solamente che accanto al più noto Marie Henri Beyle (noto come Stendhal) vi era anche Déodat Guy Silvain Tancrède, marchese di Dolomieu, geologo e mineralogista. Costui non si limitò a partecipare alla spedizione in Egitto, a intessere relazioni di amicizia e di stima con il suo imperatore, a fare naufragio in Calabria, ad essere imprigionato per 21 mesi a Messina in seguito a misteriosi conflitti interni ai Cavalieri di Malta, ad essere beneficiario di una clausola voluta esplicitamente da Napoleone per sua liberazione nel trattato della pace di Firenze del 1801.

Beh a Déodat non bastarono gloria, spedizioni, salotti e prigionie! Si diresse piuttosto, instancabile camminatore illuminista quale era, verso quelle peculiari alture che si stagliavano lungo il confine tra il Veneto e i domini asburgici, dalla particolare coloratura rosea al tramonto. Il nostro Dolomieu camminò, si arrampicò, misurò, picchettò col suo martelletto, catalogò e portò infine la “luce” della ragione sulle vette più alte d’Europa. Ne venne fuori che quella strana coloratura era dovuta alla composizione chimica di quelle montagne, il cui tipo di roccia principale venne chiamato “Dolomia”, in onore – guarda un po’ – al suo scopritore: nascevano così le Dolomiti.

Interessante pensare al sarcasmo misto a risentimento del pastore autoctono che, oltre a veder disconosciuto il nome di cui si era servita la sua stirpe per indicare i propri luoghi natali, riceveva da allora e per sempre l’attributo “dolomitico” da apporre accanto alla sua professione.

In ogni caso la storia continuò, del tutto indifferente ai sentimenti del pastore dolomitico: generazioni di escursionisti si sfidarono a scalare le vette più ostili e irraggiungibili, trovando a volte (raramente per la verità) la fama e la gloria, quasi sempre la morte (che sarebbe però arrivata in ogni caso).

Ma torniamo ora al nostro inattuale pellegrino.

Delle scoperte (di Dolomieu) e delle gesta (dei suoi successori) cosa rimane oggi? Egli oggi si trova di fronte solo una scia variopinta di tutto ciò, fatta di cartelli numerati e colorati apposti nei dintorni dei sentieri, di svariati sistemi automatizzati di salita e discesa, di rifugi/ristoranti in cui le porzioni di umanità che raggiungono quelle altezze usano per rifocillarsi e fare comunella.

Cosa ha aggiunto la “luce” della ragione e della scienza a queste meravigliose montagne? Nulla, eccetto questa scia variopinta.

Ma al nostro inattuale provetto sovverrà, presumibilmente a differenza di Dolomieu e soci, l’ultimo e più fondamentale insegnamento di Chirone a Giasone, che suona più o meno così (per lo meno nella versione pasoliniana): “Questa ragione è in grado di prevedere ogni cosa, tranne disgraziatamente gli errori a cui essa ti condurrà”. Gli errori sono l’imprevedibile, sono il default della ragione, la sua semplice negazione: il sonno. L’autenticità della montagna non si svela infatti solo scoprendone le sue quantità, i suoi attributi razionali come l’altezza, l’età, la composizione chimica… Essa permane piuttosto irraggiungibile alla veglia e alla lucidità dell’illuminista. All’inattuale pellegrino invece tutto ciò non è celato: egli sa bene infatti che la verità della montagna non sta nel sentiero, nella funivia e nella polenta col capriolo. Bisogna invece oltrepassare i tavoli gonfi di turisti ed escursionisti affamati, girare dietro il rifugio/ristorante sorpassare i primi pini e abeti rossi, per trovarsi di fronte una piccola radura, leggermente in pendenza, dotata di una fresca ombra dalle fronde sempreverdi. E lì il nostro pellegrino post-moderno, satollo di polenta, barcollante per la fatica e stanco per tutta questa enfasi della ragione, ode infine il richiamo della montagna e sente di non poter o voler opporvisi.

La cripta più segreta e nascosta della montagna si apre per lui: un pratino perfetto, un dolce sonno, un innocente pisolino che segna la sconfitta della ragione. E adesso, in silenzio, allontaniamoci e lasciamolo dormire…

L’inattualità è faticosa…

Testo e fotografie: Marco Petruccioli

FUGGEREI. O di quando il buon dio creò le Case Popolari.

« Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo »

Vangelo secondo Matteo 8,18-22

In principio era la speculazione immobiliare.

Poi venne Jakob Fugger. Germanico commerciante, imprenditore, banchiere e magnate della finanza internazionale, che per primo sfidò le leggi dell’immobiliarismo.

Anno del signore 1521. Il nostro, giustamente preoccupato che i propri debordanti forzieri gli alienassero le simpatie dei Cieli, e che il tener gabella ai Papi non fosse poi cosa sufficiente per assicurare un giorno la propria anima a Dio, una stereotipica notte ebbe un’idea fulminante: “Perché non edificar case ove i poveri possano abitare, ma in luogo di esiger moneta, non domandar loro tributi spirituali?”

Una personalità di chiaro spicco della Fuggerei, ritratta in una eloquente posa

Fu così, che nella imperiale Augusta, sede della potenza e sfarzo dei Fugger, venne costruito il primo complesso di case popolari della storia, oggi denominato “Fuggerei”. Di lì a poco una moltitudine, 150 famiglie rigorosamente cattoliche ed indigenti, popolarono la cittadella. Affitto: un Fiorino annuo e tre preghiere quotidiane per l’anima di Jakob Fugger.

Avranno le intercessioni dei bisognosi sortito l’effetto desiderato, e avrà il padreterno preso d’aceto per l’opportunismo di quel paraculo del Fugger? Fatto sta che dopo quasi 500 anni, la Fuggerei è ancora in piedi, ancora abitata, e, non essendo prevista alcuna indicizzazione del canone all’inflazione, l’affitto degli odierni abitanti ammonta al cambio odierno ad una vantaggiosa somma di 88 centesimi di euro annui (più le tre preghiere al giorno all’anima de il defunto fondatore, che anche quelle non si svalutano mai).

Il complesso ai nostri giorni è finanziato in maniera indipendente da una fondazione a cui partecipano i vari eredi Fugger e soci, ed è visitabile – a pagamento – da turisti e curiosi.

Questa è la strada principale

La parola che salta in mente al primo impatto visivo è: “Garbatella”. Si presenta come un ozioso ma ordinato snodarsi di casette a schiera a due piani in muratura brunastra, tetto spiovente e rampicante d’ordinanza; un cortiletto completa il retro delle case. Gli interni consistono in 70 furono angusti metri quadri di terreno della Germania Imperiale – oggi 70 comodi e spaziosi metri quadri ristrutturati della Repubblica Federale – suddivisi in un trilocale, una casa ogni piano. Il quartiere è delimitato da mura d’accesso ed ha orari di apertura e chiusura.

C’è una chiesetta per le orazioni della cattolicissima comunità, un ristorante elegante, e non manca certo il Biergarten (che serve ovviamente birra branded Fuggerei).  Altri punti di riferimento sono un bunker antiaereo, oggi adibito a museo, dove in un certo quinquennio si dovette trovar ricovero dai bombardamenti, la solita piazzetta con fontana in ghisa e infine un ambulatorio dispensante cure a base di olii essenziali per le malattie veneree (del cui stato d’uso non sono poi così sicuro).

Abitanti illustri della Fuggerei: il bisnonno di Mozart.

Questi non potevano mancare

Questi non potevano mancare

Camminare per le vie della Fuggerei, che è allo stesso tempo una comunità e un museo, è un’esperienza leggermente voyeuristica che mette un po’ a disagio. Mi figuro che il rapporto tra gli abitanti e i turisti è efficacemente riassunto dall’atteggiamento delle vecchine assiepate attorno alla fontana di ghisa, i cui biechi sguardi di sbieco sono palesemente incapaci di osservare le linee guida dell’amministrazione riguardo l’ignorare i turisti. Una coppia del luogo – lui sessanta, brizzolato, capelli lunghi, girovita impegnativo e barba tarata ai tre giorni, lei cinquanta, segaligna, gilet di pelle, crocifisso al collo e tatuaggio non certo d’atelier –  se la cava decisamente meglio.

Dopo meno di un’ora di visita, esco leggermente disorientato dalla quantità di cose e cose che si osservano in un quel nugolo di crocicchi. Opera architettonica, monumento, reperto archeologico del diritto all’abitare, luogo di incontro tra turismo di massa e quartiere popolare.

Uscendo osservo il biglietto. Il prezzo: quattro euro. E penso che non è un privilegio di tutti i giorni aver pagato l’affitto di un anno a cinque famiglie.

(dedicato a Carlone)

Testo e fotografie di Lorenzo Torricelli

 

In header: Die Fuggerei in Augsburg, eingezeichnet auf einem Stadtplan von 1521.

FALCONARA-RICCIONE A/R. “Siamo nel mezzo del divertimento”

Ci sono estati molto peregrine che finiscono a Riccione.
Motivazioni simpatiche e oracolari: un Festival detto Tafuzzy Days nel mimetico Castello degli Agolanti, lì dove suoneranno i celeberrimi Little Pony.

Riccione ed è quasi Tondelli, Riccione ma non è Tondelli.

Né tanto bene ci ricordiamo perché Si andava sempre a Riccione, o si diceva di andare a Riccione. A Riccione in realtà non ci si andava mai. Comitive zero, il decadent pop degli anni ’90 non si viveva: si leggeva in camerette affollate, senza condividere. E chi è che allora si accalcava sotto discoteche piramidali circondate da trattori, madonnine e filo spinato?

Tanti anni dopo di un niente, a seguito d’invito rapido e tentennamenti sparsi, si prende un lento regionale ancora diviso in classi prima e seconda e si scende per forza di cose a Falconara Marittima.

Inutile dire che Falcunara, col suo bell’impianto petrolifero API piazzato sopra le Ferrovie dello Stato nel contempo piazzate sopra un Mare Adriatico, ci cattura a dismisura, allungando l’arrivo plateale nella modesta Riccione.

A Falcunara infatti, sia all’andata che al ritorno, ci piace fermarci un pochino di più, lì nel preciso ed enigmatico triangolo scaleno mare-stazione-petrolchimico, dove l’anonima petroli italiana (checché ne dica Yahoo Answers) ha convinto molti bagnanti solitari, principalmente ottuagenarie moscovite o latitanti di Torre Angela, a stanziarsi in prodigiosi bagni di salute, tra giuochi di carte e capannette di delfini e invasori del comicon.

Ma a Riccione comunque ci dobbiamo andare, anche per poche ore d’intensa malinconia.

Cosa c’è di bello a Riccione?

Nella strada verso il Tafuzzy scorgiamo innanzitutto un rotondismo sfrenato, un rotondismo esagerato: cavalli impennanti e cavalli incastonati (forse in omaggio ai Little Pony?), taralli giganti, Marylin di bronzo con immancabili gonne di bronzo tuttavia svolazzanti, madonnismi qui e lì, e un vecchio Papa venuto malino.

Benché immaginarie, vanno menzionate anche le statue di Marx davanti alle biblioteche (eh sì, queste forse ce le siamo sognate, giacché gli afteristi autoctoni negano e rinnegano e la macchinetta non vuole cogliere, pertanto dobbiamo compensare con parole in bianco e nero…).

Scese infine dal bel castello, vogliamo assolutamente addentrarci in Riviera, subito attirate da promesse di promesse di estremo divertimento: autografi, aperitivi, preaperitivi, cene, precene, disco, predisco, after-post-after e quant’altro mai si possa misurare in unità di prevendita se chiami al cellulare Gigy o Mirko o magari Michy, che subito ti mette in lista.

E così quel “cuore pulsante” di Riccione, detto dal comune Viale Ceccarini, lo percorriamo tutto, per subito rimaner spiazzati dalla fontana del mitico Tonino Guerra, detta dal suddetto “il bosco della pioggia…” in omaggio alle “gocce d’acqua che bagnano i pensieri”. “Nata come un richiamo alla pioggia e al fresco che porta con sé”, questa scultura millennial i suoi friccichi anni ’90 se li porta ancora bene (tant’è che casualmente, solo qualche giorno dopo, la troviamo omaggiata in un testo cirillico, accanto ad altra improbabile scultura decorativa acquatico-esplosiva).

Economicamente sorretto da Sky e da Radio Deejay (sic), il bagnasciuga di Riccione è tutto un revival al culmine di un Viale del tramonto che dopo poco rifaremo tutto d’un fiato, assai delusi da quella spiaggia liberissima e mite, tutta morbida e pigra, quella spiaggia postpensionistica, assai familiar-residenziale benché le pelli splendano di un bronzo splendido, che subito ci fa rimpiangere gli aspri crateri del Salento di qualche mare prima.

Nessuno ci ha messo in lista, nessuno ci ha presentato Gigy, nessuno ci ha fatto pagare d’anticipo lo spassoso frangente pre-disco delle ore 16 e 25.

Ma l’estate si sa, è il regno assolato delle false promesse, di queste e di tante altre che non si possono dire.

Sul binario dell’antica coincidenza per l’antico regionale guardiamo i ritornanti. Ci sono le groupies del Cocoricò (che allora evidentemente è un posto che esiste, non solo un catalizzatore del rumore), ci sono dei giovani laziali impavidi, nostalgici ante-litteram, e tra i romani anche una signora abbronzatona dall’aria loquace. Racconta cosa ne ha tratto della sua permanenza ad Ancona. “Qui si sta bene, ma la gente ‘n’èè accojente. Se tipo a mi suocera je serve l’ajo pe’ fa il sugo, mica ce po’ annà dalla vicina, ‘ché quella nu’ je apre. Mica c’è la cordialità e la confidenza come da noi, ’ché io sempre je do ’na mano alla vicina”.

Terminato il calore del sole e terminato il peregrinare, terminato il revival del revival che tutta Riccione ha nel cuore, torniamo anche noi in qualche capitale. Liberi, in questo freddo spasmodico che di promesse non fa, né tanto meno ne mantiene, di non strapazzare più il passato di sabbia e la letteratura Under. Liberi di non suonare a nessuna vicina. Sapendo che se apre la porta ci guarda subito male, checché ne dicano i cittadini in trasferta.

Foto del 27-28 agosto 2016
(sempre schiacciare sulle singole per scorrere le didascaliche serie)

Dedicato alla compagna di matte scogliere, Prof.ssa Anastasi.

Funeral MAS. Allegra omelia per un’epoca in chiusura

We’ve always taken as a guiding principle of this show that drama isn’t in the event; it’s in the aftermath of the event.

M. & R. King

Domani chiude Mas[1].

Dopo anni d’incredulità, e di sagace bancarotta travestita da pubblicità ingannevole, domani la merce evapora, la cassa chiude, i cassieri tornano nel Cretacico (superiore).
E forse stavolta è proprio vero, dal momento che già dal 10 agosto ne han preso possesso Gli Artisti. (Nello specifico il simpatico collettivo Artisti Innocenti, che celebra la grandeur di queste merci d’altri tempi inondando le vetrine di simpatiche opere flaneuristiche, qui riassunte in foto molto modeste scattate durante l’immancabile vernissage).

Domani muore MAS. Lasciando un figlio d’arte nella bucolica Via delle Vigne Nuove (ma le superfan alla cassa commentano: “Seee, vabbé, ma mica è la stessa cosa”).

E poi cosa succede? Finirà finalmente la Storia? Torneranno le mezze stagioni? Passerà il 19? Ci vestiremo bene?
Ma soprattutto, dove compreremo mai gilet da cacciatori suburbani, pantaloncini Miami beach, giarrettiere acetate e cravatte di ciniglia abbinabili mai, vestaglie per bambini nati vecchi e porta-banane per sempregiovani?
Dove assumeremo costumi sauvage et vintage al prezzo fisso di un euro al pezzo?
In attesa di uno stravolgimento epico qualsiasi, noi intanto abbiamo comprato quante più esequie potevamo, made in Moskva 1980 o ORIGINAL USA, ma sempre ROBBA COATTA, ça va sans dire.

Come affermò anzitempo il piccolo Obama, “chi non ha ancora visitato questi grandi magazzini potrà bullarsi di conoscere questo o quel posto, ma non potrà mai dire di conoscere veramente Roma”.
Affrettatevi dunque nell’ultimo, autentico, acrilico addio.

[1] Magazzini allo Statuto, ex Castelnuovo: storico palazzo-negozio novecentesco, ampiamente omaggiato da ben due documentari, videoclip e quant’altro.

FLOTTA IN POTENZA cerca marinai urbani adatti all’aria di montagna

Quelle navi belle e grandi, impercettibilmente cullate sulle acque tranquille, quelle robuste navi dall’aria scioperata e nostalgica, non ci dicono in una lingua muta: Quando partiremo per la felicità?

 Charles Baudelaire

Si dice “flotta in potenza”, in ambito ovviamente militar-marittimo, la cauta strategia di un’armata a riposo, o meglio “in esistenza”, che nel porto suo se ne sta ferma e buona ad incarnare una minaccia ipotetica e permanente, invece d’andar incontro al nemico per prontamente annientarlo e sottrargli il controllo delle rotte.

P_20160814_121415_1Cemento armato d’un vulcanico pantone arancione sporco e nient’altro, si presenta così ai nostri occhi la cosiddetta “nave” di Potenza: pura minaccia talmente ipotetica da essersi nascosta nel più sicuro porto della Lucania tutta (le lunghe braccia dei suoi migliori IACP, detti anche qui Serpentone e Serpentino).
Disertato veliero senza manco una vela, la beneamata Nave entra suo malgrado tra i miraggi dell’incompiuto lucano: assente una ciurma pronta a domarla, sdegnati gli abitanti del centro (che la vogliono altrove), il ministro Bondi volle bloccare “lo scempio” prima del termine.
Prima di entrar in sciopero per l’eternità, la nave da giardino lucano aveva a dire il vero provocato il nemico urbano per eccellenza (l’abitante di periferia) o quantomeno fomentato i sintomi di malcontento popolare, giacché il progetto andava a coprire la bella collinetta che c’era prima con un ammasso di calcestruzzo che prometteva locali al chiuso ma poi non ha offerto niente, se non un fuori che non nasconde nulla, porte che non aprono, qualche pietruzza nel fango molto zen e un pallido tappeto d’erbetta sui tetti… (Ci stava bene, sotto questi tetti, magari un mercato, un po’ di frutta fresca, e invece gli alimentari restano ai primi piani, tra bizzarre e belle serre improvvisate nei balconi di plastica. Quei primi piani da cui ora non si vede più nulla, se non cemento e spazzatura, ancora una volta ribadendo un certo classismo alla Titanic tanto caro all’Italia moderna e contemporanea).

«Da sopra è bello, ma da sotto non si può guardare», attestarono giustamente gli abitanti nei giorni dell’improvvisa inaugurazione delle speranze potentine, ridotte al didascalico nome “parco Via Tirreno”. Sei anni dopo, la nave si presenta come ordinato labirinto asimmetrico: ogni sua parte è infatti ben indicata da un elegante stencil, decorazione sottile di quelle zigzaganti pareti che non contengono quasi niente (realizzati, a quanto pare, durante il workshop Serpentone reload, che scopriamo essersi svolto in questo sito un paio d’anni fa).
In sciopero anche da se stessa, il robusto naviglio inoperoso e poco fiero è oggi punto di ritrovo di audaci bimbette cicliste.

IL serpentone e l'ex parco Via Tirreno, disegnato da Domenico Desradis

Il Serpentone e l’ex parco Via Tirreno, disegnato da Domenico Destradis

Eppure, sarà perché la fantomatica bruttezza di Potenza è avvolta in un timido mistero, sarà perché le luci di ferragosto impongono un’adorazione senza indugi… la nave di montagna lucana s’afferma come uno di quei posti che ci sali una volta e, pur se tu decidessi che la guerra in mare proprio non la vuoi fare, a questa flotta che forse esiste vuoi bene per forza.
Né potrai certo dimenticare i tetti fitti di triangoli verdi della chiesa che ad essa dà le spalle, o la vallata erbosa fulcro di numerose avventure pre-navali, prontamente riferiteci dalla Guida della Guida (in questo caso, il marinaio-militante autoctono Mimmo Destradis).
Quella generosa collina (così “stretta per l’uomo ma ampia per la vista”), periferia della città più denigrata d’Italia, anche nel tempo concitato della nostra visita sa infatti offrirci il meglio “delle antiche storie”, e pure qualche meraviglia.
Pare infatti che un giorno lo stato avesse conferito a tutti gli affittuari delle vasche da bagno difettose, subito trasformate in bianchi slittini per buttarsi giù dalla collina in caso di forti nevicate.
Pare anche che se da piccolo costruisci un’ampia capanna in mezzo ai palazzi-serpenti, con tanto di tetto e pareti in cemento, i muratori del luogo son pronti a prelevarla con la gru per trasportarla dove più gli piace ed adibirla a comodo spogliatoio.

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Sprovvisti per l’occasione di adeguati mezzi tecnici, ci scusiamo della bruttezza delle foto.
Consigliamo infine all’ipotetico turista all’arrembaggio di fare uno spuntino a Lo Spuntino, rosticceria prefabbricata standard specializzata, come tutti gli sparuti punti di ristoro locali, in cucina generica importata benissimo.

Gita del 14 agosto 2016
Producers: Domenico Destradis & Amy Marx.

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(to be continued…)

DESTINI DI STATUE. L’arte romana all’ex Centrale Termolettrica Montemartini

Lo so, lo so, in questa guida “non si parla di musei”. Ne di Capitali, né di capitali, potendo.
Ma si parla sempre di non-lavoro, e del mito del lavoro,
eppoi le guide sono fatte per eccedere, per ubriacare, e per far esclamare al turista: “ma che siete matti???”.

E poi c’era venuta voglia di V sec (a.c.).

E allora, cominciamo…

Le statue «giacevano sul pavimento, appena pulite un poco, e con tracce di terra sui bei volti e nelle pieghe dei vestimenti. Facevano un’impressione potente, commovente, stimolante, ma a voler esser sinceri con se stessi, era un’impressione che non si poteva scambiare con un’impressione artistica.

Là giacevano degli esseri quasi morti, vestiti con cura, che sembravano sul punto di risuscitare: gli occhi sono già aperti, ora tendono le braccia. Il visitatore, inginocchiato accanto a loro per vederli meglio, avrebbe dovuto aiutarli a rialzarsi».

La prerogativa di Kerényi sta nell’aver ceduto appassionatamente alla suggestione di quei bronzi «con tracce di terra sui bei volti», e al tempo stesso non aver ceduto alla tentazione di «aiutarli a rialzarsi».

Furio Jesi citante Kerényi, Materiali mitologici. Mito e antropologia nella cultura mitteleuropea

Nel 1997 centinaia di sculture dei Musei capitolini, in occasione delle sempre brevi ristrutturazioni romane, furono trasferite per 8 anni nei locali della prima centrale elettrica pubblica della capitale.  Le macchine e gli dei fu il felice titolo dell’eccentrica, ibrida mostra che inaugurava, in anticipo sui tempi, la moda delle riconversioni attorno ai Gazometri (avevamo già avuto modo di visitare le officine del gas, etc…).

L’ospitale industria fu in seguito confermata come casa permanente. L’à vrai dire avvincente soluzione espositiva ha convinto i romani: le statue rimangono nell’horto nuovo, fatto di manubri e caldaie e motori d’avviamento.

Convertitasi alle belle arti, “l’area di più antica industrializzazione della città” (formula che oggi appare un ossimoro: rabbrividiamo quasi al pensiero di una “Roma industriale”) , ospita dunque in maniera definitiva un dimezzato Teseo del V sec. a.c., un Cicerone, copie di Dioniso e della “grande Atena”, una vera Lucilla e l’“amatissimo Antonioo”, e ancora mosaici epigrafi e frontoni.

Inaugurata nel 1912 dal sindaco Ernesto Nathan (primo politico romano che non fu palazzinaro, nonché sindaco che dette vita all’a noi caro Istituto Case Popolari), l’ex centrale Acea fu in seguito detta Montemartini (in omaggio a chi teorizzava la municipializzazione delle centrali elettriche), e nei suoi cinquant’anni di intensa attività ha operato la trasformazione dell’energia elettrica ad alto voltaggio proveniente dalle centrali situate lungo l’Aniene e la Nera.

“Il disegno generale intendeva esprimere, attraverso una combinazione eclettica di elementi classici, l’orgoglio dell’autorità municipale che provvedeva da sola alla produzione dei servizi per i suoi cittadini. Non altrimenti si può giustificare la monumentalità del prospetto, mentre l’effetto di grande leggerezza determinato dalla presenza delle grandi finestre è dovuto probabilmente alla formazione ingegneristica degli autori Puccioni, degli Abbati e Carocci, che hanno ben presenti le esigenze di praticità funzionale necessarie in un edificio industriale”. Segni particolari: “la decorazione liberty ideata dall’artista romano Duilio Cambellotti, che ha il suo cardine intorno ad un giro di quattro fanciulle nude danzanti, i cui capelli terminanti in frecce rappresentano il trionfo dell’elettricità” [1].

Divenuta obsoleta, ipertelica[2] e arcaica, la Centrale interruppe la produzione di energia elettrica nel 1963. Sventando la triste ipotesi d’un completo smantellamento, verso la fine degli anni ’80 l’ACEA decise però di ristrutturarla, affidando il progetto all’Ignegner Paolo Nervi. Se pure alcuni macchinari furono distrutti, e la maggior parte degli interni cambiò radicalmente il suo aspetto, fu salva la turbina a vapore da 3000 Kw del 1917, così come due enormi motori con ciclo Diesel ad aria compresssa.

Rigenerato l’allestimento termoelettrico si è subito messa in moto l’ibridazione socio-culturale: nella “Sala Macchine” ammiriamo i freschi reperti del centro monumentale di Roma, nella “Sala Caldaie” i giardini, le residenze imperiali e le domus, nella “Sala Colonne” alcuni ritratti della Roma repubblicana, emersi dagli scavi per la costruzione della via del Mare.

Di queste sontuose, misteriose megamacchine, foto d’archivio esposte in loco accennano, oggi, al loro antico funzionamento, mentre disegni e piantine infittiscono il mistero per i non addetti al lavoro.

Passeggiando nel museo, ci attirano i delicati esempi di physiologies ante-litteram in forma di marmo (abbiamo una testa di musa, una testa d’eroe, una “testa ideale maschile”, una musa, una “giovinotta seduta”, pezzi di un greco genuflesso…). E ci attirano anche le centrifughe “per la separazione dell’olio di lubrificazione da tracce dell’acqua di raffreddamento”, la “biella e manovella con testa a croce di un pistone”, il “pignone” e i segnali di marcia e riposo, di frenate e d’avvio. 

 

Si è scritto spesso che, in questo museo, l’archeologia industriale incontra finalmente l’archeologia tout court, e che “questo contrasto incanta”.

Ma non è forse la mancanza di un contrasto netto a, semmai, disincantarci? Non è forse l’allestimento di una dialettica così quieta, così davvero a riposo, a far sobbalzare il turista in cerca di apollinee spartizioni? Può l’industria, seppur spenta, diventare “ambientazione”, o mausoleo da contemplare?

Sebbene le macchine, un tempo fonte di luce sicura per tutta la capitale (persino durante la guerra), non siano sufficientemente illuminate come gli dei in questione, si ha l’impressione che anche su di esse “incomba un destino di statua”, e che Prometeo incontri l’elettricità senza scottarsi, senza stupire.

Col divenire museo dell’una e dell’altra cosa, della tecnica e del mito, dell’arte e del lavoro, del corpo e dell’elettricità, del ferro e dell’ornamento… tempo della storia e del tempo del mito s’intrecciano senza clamore. E non c’è voce del dissidio degli dei e dei romani, né traccia dei conduttori dei motori Diesel, di quanti e quali addetti alla manutenzione fossero necessari per gestire macchinari così complessi.

E allora per il fotografo “doppiamente archeologico”, tutto diventa dettaglio. Dettagli i macchinari un tempo iperproduttivi, dettagli le disiecta membra degli dei, i drappeggi ancora bianchi e i cuori di ruggine, dettagli i pulsanti e i comandi poco equivoci delle macchine analogiche, che pur tuttora intatte, ancora ci sfuggono nell’insieme. Fosse solo per la scomparsa del lavoro (fordista, che dir si voglia).

Dinosauri estinti eppur sopravvissuti, le macchine silenti impongono al turista distratto il ricordo del mito del lavoro, dell’industria e della fatica accanto al mito di quei corpi mai stanchi, di quei corpi divini. Dando forma a un’impressione non artistica. Un’impressione potente.

testo + foto: © Arianna Lodeserto
scatti del 20 settembre 2014

Ringraziamenti: Amy Marx, Francesco d’Achille, Federica e Federico

Immagine in header: La Centrale Montemartini nel 1924


[1] Antonio David Fiore, La centrale termoelettrica Giovanni Montemartini

[2] Ipertelia è lo sviluppo esagerato di alcuni organi, talmente funzionali a un’occorrenza specifica da diventare superflui nel quotidiano, così ingombranti da preannunciare la probabile estinzione della specie che ne soffre. Le forme iperteliche sono corazze fuori uso, come gli enormi macchinari delle fabbriche abbandonate. Se la storia non può riabilitare la loro funzione originaria, il pericolo è allora ridurli a mausolei da contemplare, dove la sublimazione estetica si adagia nelle necropoli della fatica.

ROSSO ESPINOSO. Ferragosto di bauxite nell’Alta Murgia

“Le piacciono i panorami?” chiese Kostanžoglo all’improvviso, guardandolo severo.
“Guardi che a star dietro ai panorami lei resterà senza pane
e senza panorami.”

Gogol’, Anime morte 

Nei cataloghi altolocati, si dice che Luigi Ghirri fosse “arrabbiato con gli alieni”, tipici furbastri che nelle sue pianure padane non volevano andarci mai, essendo certo più spassoso, come dar loro torto, invadere le metropoli cinematografiche nordamericane.

Pur conoscendo bene la terra di Bari (e dunque anche la nuova BAT provincia, che da quella nasce per esplosione demografica), il Ghirri che vagava per le strade della vicina Bitonto non s’era forse arrampicato mai nelle mirabili cave di Bauxite di Spinazzola, dove gli alieni invece appaiono tutti d’un fiato, e se ne fregano che la città “non fa provincia”.

Ma occorre avvertire chi è senza navicella: anche in questo secondo paesaggio murgiano “senza indicazioni”, che oggi possiamo solo vagamente comprendere e brevemente raccontarvi, non si atterra senza guide d’eccezione (Eugenia, esperta di metalli, e Sante, sapiente di tratturi), attraversando alte ferule e terreni scoscesi.

Del resto ormai lo sappiamo che gli altamurani, da sempre avvezzi alle “abitudini del caso”, vantano intuizioni speleologiche fuori dal comune. Furono infatti il ragionier Cappiello ed il geometra Nanna di Altamura a rinvenire, ben ottant’anni fa, la stupefacente esistenza di questo giacimento, e subito il suo possibile sfruttamento economico, documentato dalle immagini d’archivio pubblicate su Ricerche speleologiche nel 2006.

Stringendo un contratto con la “S.A.V.A. Società Alluminio Veneto per Azioni”, la ditta “Nanna” cedeva lo sfruttamento minerario al Veneto industriale, riscuotendo un premio di 75 lire per ogni tonnellata di materiale estratto. Imbarcata nel porto di Trani fino alle volte di Porto Marghera, la splendida bauxite rossa di Spinazzola veniva impiegata nella lavorazione dell’allumina, da cui deriva l’utilissimo alluminio.

Non certo un man-altered landscape, la cava è il frutto puro e fertile di variazioni atmosferiche risalenti al Cretaceo. Un’alterazione naturale delle rocce calcaree ha generato l’enorme quantità di minerali (gibbsite, bohemite, diaspro, cliachite) che arrossisce la gravina, dando luce ad infinite polveri dai toni porporini.

Accanto a nessun turista, restituiamo senza alterazioni di colori alcuni spigoli di questa cava maestosa e quieta, che a differenza del bel Lago di bauxite di Punta Palascia è arida e poco decantata, ma almeno nessun trip advisor ha saturato a tal punto il suo rosso da annientarne i semitoni.

Seguendo gli intramontabili ammonimenti di Gogol, i commercianti altamurani guardavano sempre al vantaggio, ben sapendo che poi “la bellezza arriverà da sola”. Ma già nel ’78, sconfitto dalla concorrenza globale, il vantaggio se n’è sciute e il pane non ritorna più.

Restano gli incolti accumuli di bauxite, resta lo spino-solo che si arrampica sulla roccia di porpora. Ma chissà, col vantaggio dei marziani, quant’altra bellezza arriva.

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PS: Spinazzola [Spnazzól], il cui possibile etimo va deciso tra “ex pino solo”, da cui “espinosolo” e “spinosolo”, e “ad pinum”, poi divenuto “spinacium castrium” o “spinaciolae castrium”, fu la città del primo ospedale Templare in Puglia, ma anche “granaio d’Italia”, nonché base missilistica durante la Guerra Fredda. Spopolatasi a causa del boom economico, si convertì di recente all’artigianato matrimoniale (producendo solo abiti da sposa).

[foto: 15 agosto 2014 / testo: 4 agosto 2015]

DISDICEVOLE è UN PARCO DESERTO. La solidarietà errante ai giardini di Eolo

Intervistato un paio d’anni fa, il paesaggista creatore dei Jardins d’Eole (all’anagrafe l’archistar Michel Corajoud) descrisse così la sua idea originaria del parco, deturpata dal tempo e da un popolo pigro:

Avevo pensato ad un giardino aperto, sviluppato in lunghezza[1], che ricordasse l’area dismessa e gli hangars che accoglievano i treni[2], e allo stesso tempo “spalancasse il panorama”, con una vista larga sulla città. Volevo che gli abitanti, che si erano battuti per preservare questo spazio[3], ottenessero il giardino che avevano sognato: un luogo di incontro, di feste. Ci sono stati dei cambiamenti, ad esempio delle rotonde con delle viole del pensiero piantate da alcuni giardinieri, che io non amo particolarmente. Anche la parte in ghiaia[4] non si è sviluppata come avevamo immaginato durante i test [i visitatori avrebbero dovuto piantarci dei semi, lo spazio è invece rimasto molto inorganico]. Ma a parte questo, il parco funzionava davvero bene. I residenti l’avevano conquistato subito, e tutta una popolazione mista, a immagine del quartiere, veniva a farci dei picnic, a far la siesta sulle panchine. Oggi, invece, è deserto. È deplorevole[5].

Allo stretto confine tra il diciottesimo e il diciannovesimo arrondissement, il giardino di Eolo è forse uno dei luoghi più belli di Parigi, sospeso in figura incerta tra i ponti sulle rotaie che tra poco arrivano alla Gare de l’Est. All’estremità ovest, una lunghissima passerella in legno permette di rimirare proprio quelle vie ferrate: il “viaggio possibile” è sempre a vista.

Delle maioliche di lana, un orso bianco di pelo lungo e qualche graffito si sono invece casualmente depositati sul ponte della rue Riquet: niente lucchetti d’amore metallico a incatenare il panorama.

Da lì spunta pure la celeberrima cantata di cemento di Martin Schulz Van Treeck, classe 1976, e il solitario grattacielo a vele bruciacchiate dell’Evangile, mentre il classico Sacro Cuore spia ancora i fedeli dietro il gioco detto “bilico” e le altalene. (Ah, sì, è un giardino, si vedono anche degli alberi, e persino delle ninfee non pittoriche).

Eole, che qui non è solo il Dio dei venti, ma l’acronimo per “Est Ouest Liaison Express”, avrebbe dovuto proteggere gli abitanti del triangolo del crack (La Chapelle, Stalingrad, Porte de la Chapelle): un quartiere “così difficile…”. (Si badi a quante volte veniva ripetuto l’aggettivo, nella conferenza di inaugurazione al Pavillon de l’Arsenal). Il paesaggista voleva dunque offrire ai residenti una specie di “niche”, un rifugio possibile, che però restasse “civile” (niente tag oltre la bacheca consentita agli ospiti, ha voluto ben specificare).

E difatti è proprio qui che, vagando dal 2 giugno scorso tra l’en plein air della metro la Chapelle, la Halle Pajol, la square St Bernard, il bel Bois Dormoy e l’ex caserma dei pompieri Château-Landon, circa duecento migranti un (pur labile) rifugio da una città sempre difficile lo avevano trovato (ma anche delle orecchie, degli amici).

È partito tutto da un portiere, che ha soccorso chi sfuggiva alla furia ceca delle CRS [Compagnies Républicaines de Sécurité, in pratica le squadre antisommossa]. E da signore, vicini di quartiere, commercianti di zona ed “elettroni liberi”, navigati militanti e timidi insegnanti, ragazzi, vecchi e giovani, associazioni maghrebine e pure stranieri come noi. È partito tutto da chi passa e resta, da chi, se c’è, vede. Da chi, come gli abitanti della Chapelle, nonostante il biochic dell’Esplanade Nathalie Sarraute (vero nome della Halle Pajol), ancora resiste alle brasseries con i buttafuori gentrificanti del 18ème, e in pochissimo tempo si è organizzato per metter su e proteggere gli accampamenti di fortuna creati da e per e con i migranti sia a Eole che sul quai d’Austerlitz (sotto la Cité de la mode et du design).

Sin dal primo giorno le assemblee del Comité de soutien sono trilingue (francese-arabo e tigrigna), e van ben oltre il cielo che s’oscura. E persino i giardini zen dietro gli ostelli a sette stelle son più belli se l’inglese lo confondi con le curve consonantiche dell’arabo moderno, mentre cerchi di spiegare l’inspiegabile ragione per cui devi scrivere una cosa e pronunciarne un’altra, e perché il francese deve andare sempre a finire nel naso.

Gran parte del quartiere ha sgranchito gli occhi troppo quieti d’un tempo, e dopo tanti anni passati a cercare di mistificare il brutto della ville lumière, è solo questa Parigi che vorremmo incontrare. Quella di chi non ha paura a sfiorarsi, di chi non conta i millesimi di secondi, né gli stipendi a 4 zeri, di chi sa fermarsi a dibattere se rendere la strada migliore e/o continuare a cercare, a proprio rischio e pericolo, un tetto vero, un tetto per tutti.
Ma sarà dura, sempre più dura. Perché l’altra città, ferma custode dei picnic dopolavoro, è già in allarme. Non può non irrompere sulla scena. Tutto il parco bisogna ripulire, maschere antigas alla mano, dallo scempio poco civile. ‘Chè domani ci sarà la festa della musica, ci sarà il deejay allegrotto, ci sarà da ridere e ballare e sbronzarsi fino al lunedì.

La separazione tra le due città è netta, e da sempre criticabile.

Nel suo racconto notturno dell’evacuazione dei Jardins d’Eole avvenuta il 19 giugno, Denis, uno dei complici quotidiani di questa solidarietà errante, trae queste conclusioni:

Quoi qu’il en soit remercions les migrantEs. Ils et elles ont suscité une dynamique qui avait tendance à se perdre dans notre quartier. Et permis de faire exemple. N’en doutons pas cette vague fera des petits. Ce qu’a dit cette expérience et ce qui l’a inspirée c’est que dans notre quartier, comme ailleurs, les migrantEs ne sont pas des victimes à qui on tend simplement la main (…) On fait pas de la charité ou de l’humanitaire ici, en dépit des urgences. On tente de coproduire un max, on y arrive pas forcément tout le temps encore mais le désir est là, il s’insinue.

Si dice si sia potuto scegliere, durante lo sgombero dell’OFPRA (Office français de protection des réfugiés et apatrides) e del Comune, se andar nei centri d’accoglienza o meno (alcuni dignitosi, altri provvisori, altri soffocanti). Ma ad incarnare l’ultimatum, eran disposte bene in vista numerose pattuglie di CRS (sempre poco sole e male accompagnate), e in un ora tutto è stato ben ripulito da uomini in tuta antiradiazioni… Persino i chiaroscuri in china di Laura Genz, disegnatrice itinerante che ha ritratto ogni momento dell’erranza parigina, non ci sono più. È in poco tempo occorreva la carta d’identità per rientrare in quell’angolo di Eolo, ormai recintato e spopolato fin a data da definirsi.

La stessa cosa è successa ancora qualche giorno fa, il 9 luglio, alla Halle Pajol, dove un nuovo sgombero (l’ottavo, in poco più di un mese) ha promesso sistemazioni temporanee ai più, dispersi in vari centri d’accoglienza. Alcuni son già di ritorno, ‘ché anche la fiducia del viandante non si conquista a forza d’incerte promesse.

È una rabbia oscillante, continua ancora Denis. E le oscillazioni della nostra rabbia, rabbia che è sconforto ma resta attiva, scandiscono le giornate piene all’accampamento, dovunque si muova.

Perché sono di nuovo lì, inarrestabili, i volti di chi offre assistenza legale e sanitaria, protezione dalle incursioni neonaziste o poliziesche e pure commissioni ludiche e concerti e gite, traduzioni a squarciagola, corsi di francese e finalmente anche di arabo, offerti a noi dai migranti, ed oggi ci sarà anche il Bal des Réfugié.e.s (dei passi nuovi per quel vecchio 14 luglio, tra succhi di ibisco e zenzero).

Salih ha 16 anni, nessuna disperazione negli occhi.
Capitato a Parigi quasi per caso, lo sa pure che tra questa gente si sta bene, ma non può aspettare, non è giusto che attenda ancora.

     –  Qui la situazione è ferma, devo pensare alla stabilità, al mio futuro. Devo andare in Inghilterra, potrei studiare alla Oxford University.

     – E perché no? (aggiunge) Ho già finito le scuole superiori.

(Non ho l’ardire di dirgli che ad Oxford tramandare il privilegio tra i buoni lignaggi è compito più sacro della religione).

     – Sei venuta anche tu qui a Parigi per fare un picnic?

Poco prima dello sgombero di Eolo, era di nuovo nella sua Kalì, “the new jungle”, “la bidonville d’Europa”, dove “fa freddo e non ci sono giardini”.

Ma se Kalì fosse una giungla vera, non ci sarebbero gli umani che costruiscono, in barba all’89, nuove “recinzioni di sicurezza”, ovvero un altro « mur de la Honte » che dovrebbe proteggere il porto (due chilometri per sei metri di altezza sormontati da filo spinato), né ci sarebbero i neopatriottidi residenti di Calais che manifestano contro l’esistenza di altri esseri umani, e la strada sarebbe spianata ai giovani avventurosi.

Vivono in migliaia nelle tendopoli vicine alla fabbrica chimica della Tio­xite, dove la terra è avvelenata, l’aria è avvelenata, l’acqua è avvelenata. Ed è noto il recentissimo accordo tra i ministri Cazeneuve e May, in base al quale il Regno Unito verserà 5 milioni l’anno nelle casse francesi per proteggere sempre meglio le frontiere britanniche.

Se Kali non fosse l’orrenda Calais, non ci sarebbero nemmeno gli arresti (almeno una cinquantina nelle ultime settimane) che disperdono afgani, siriani, eritrei e sudanesi che attendono un destino a Calais verso i Locaux de rétention administrative (LRA) o verso i Centres de rétentions (CRA), di Mesnil, Rouen, Coquelles, il solo modo rapido di  “svuotare la città” e smantellare gli accampamenti, né ci sarebbero i forzati voli di rientro verso Khartoum o verso l’Afghanistan sanciti dalla OQTF (obligation de quitter le territoire français), in perenne violazione del diritto alla libera circolazione.

Nonostante le condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), la Francia è ancora “campionessa di prigionie”. Nel solo 2014 ha privato della libertà quasi 50 mila rifugiati, mentre il numero dei minori incarcerati aumenta di anno in anno (da 3.608 nel 2013 a 5.962 nel 2014). E benché l’ilare Hollande, al momento delle sue elezioni, prometteva di porre fine a questa pratica (2012), la Commission des lois ha appena adottato un emendamento che legalizza la detenzione dei minori di qualsiasi età, disegno di legge socialista che sarà sottomesso all’Assemblea Nazionale il prossimo 20 luglio.


Che sia uno “sgombero dolce” o un’evacuazione a colpi di bastone, nella terra di Marianne non c’è più molta speranza di un letto sicuro, di un lasciapassare o un lasciami entrare, o di una domanda d’asilo che duri meno di 8 mesi.

Impenetrabile, come i fitti strati arborei di una giungla vera, resta solo la ragione ceca per cui soltanto ad alcuni umani è permesso spostarsi, e decidere dove vivere, dove chiedere asilo politico, dove studiare, dove farsi una vita, dove garantirsi una sopravvivenza economica.

A Calais “non c’è un giardino”, nessuna vista su un viaggio possibile.
E quale eroe salgariano potrebbe mai scalfire la violenza delle istituzioni europee, la violenza che decide chi deve “essere al sicuro”, e da cosa.

Si ripete, a più voci, che nella capitale francese avanzino all’incirca 10 milioni di metri quadri vuoti, perfettamente abitabili.

Ma non è mai stata una questione di spazio.
E occorre, ora più che mai, imparare a temere il proprio tempo.

[1] “La grande longueur” era una delle ossessioni di Carajoud, per allungare, stendere il terreno più possibile, mantenendo l’ampiezza qui parallela ad un “gigantesco cielo”.
[2] Si chiamava Cour du Maroc, lo scalo merci della SNCF dismesso dagli anni ’90.
[3] Trattasi dell’associazione Eole, che si era battuta per ben quindici anni.
[4] Motivata dalla sterilità del precedente terreno… in cui pure già spuntavano le prime piante pioniere.
[5] Traduzione nostra e liberissima.


RASSEGNA STAMPA IT-FR-EN (giugno-luglio 2015)

 Social media su Eole-Pajol-Austerlitz-Ventimiglia:

In merito agli ultimi sgomberi…

Forteresse Europe: a proposito di migrazioni e frontiere…

Remembering “Kalì”

Fuggire la guerra, vivere la strada (con i disegni di Laura Genz)

PS : L’articolo è stato scritto a metà luglio, il reportage realizzato a giugno, ma date le evoluzioni in corso (riforma della legge sul diritto d’asilo in Francia, etc.) la rassegna stampa è stata ulteriormente aggiornata.

PS 2: La foto in header è di Giacomo Leso (merci).