MEZZO SGUARDO DI ULISSE E UN POLIGONO CHE INFIN SI CHIUDE, ma poi ricomincia.

Dear journalist,

If the Ascona-Locarno region were a film, it would be in the Heimatfilm genre: altough it would feature a strong element of cultural sentimentally, we would nevertheless want to give it a contemporary, crisp edge!

Cap. I:
Essere Pardi.
Storia di due intrusi tra gli altri.

Uno non se l’aspetta ma a Locarno città ci sono le vigne con l’uva pronta ai margini dei marciapiedi e i fichi mediterranei alle pareti. E gli svizzeri sono affettuosi che dir si voglia. Ma certo non aspettarti di rinvenire pavimenti pareti tavolini o poggiapiedi su cui l’antico leopardo non abbia posato almeno 70 zampe al secondo. Il Festival non è in città, è la città ad essere nel Festival.

Come un Thomas Mann al Kodachrome, 44 ore in Svizzera incantano, ma noi già dobbiamo lasciarla questa cittadella sfarzosa tutta a tinta di giaguaro. E persino Lugano bella all’orizzonte cui mai dire addio, verde e senza tregua. 

 

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Cap. II:
Tonda Sovietica Sofia.
Su tutti i suoli bulgari.

Quando si giunge nella provincia di Sofia via cielo, i campi appaiono stretti stretti e lunghi lunghi. E le schiere di villette e casermoni popolari, così ben separate, sfilano modeste e quiete. Ma da vicino tutto si mescola.

Non abbiamo ritrovato, con sommo gaudio, alcuna traccia di gentrificazione, né squarci eccessivamente turistici. Probabilmente tutto è in preparazione: i suoli bulgari appaiono in verace subbuglio, con cantieri spalancati su ogni via, aperti come le porte e i portoni dei giovanili ostelli a forma d’impalcatura.  

[Ci narrano che quando un soldato bulgaro infrangeva il militar regolamento, doveva farsi edile, o seppellirsi vivo in una centrale nucleare. Tutti dunque una casa sceglievano di costruire. Ora le case crollano, e chissà se anche i loro peccati hanno smesso di infliggere dei mestieri ingrati].

 

A Sofia i tickets si scrivono a mano a mano e poi si ricopiano sulla telescrivente, i tondi e scivolosi tetti dei minareti sono invece ricostruiti in un battibaleno, senza protezione alcuna. Gli orari dell’unico treno per Salonicco (due treni un bus, per sovietica precisione), sono scritti su un pizzino disponibile alla vista alla cassa internazionale dell’immensa Centralna Gara (lì dove all’alba si incontrano spadaccini e lanciatori di coltelli dai baffi molto folti). L’ora di arrivo a Salonicco però, chi ve la può dire.

Se invece chiedete un biglietto in più in qualsiasi botteghino delle raggianti e simboliche stazioni metropolitane, la cassiera potrebbe replicare scocciatamente: “No tomorrow!!!” ‘Ché non c’è posto qui per spostamenti ipotetici o amici immaginari. Se parti, fatti vedere! Ma oggi, non domani.

 

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Cap. III:
In Macedonia cercavamo…

La Grecia macedone che si materializza a Salonicco è arida e coatta oltre ogni immaginazione, oppure immacolata e sterile come le dita calcidiche (la prima e la seconda, la terza è monaca). Ma il materasso su larghe doghe in puro legno e i cuscinoni nel baldacchino e i letti a forma di palafitta magari potevi pure non trascinarli tra i sassi di mare, sui miseri 20 centimetri di bagnasciuga.

In Grecia cercavamo l’anarchia, che è scritta fitta fitta sui suoi muri tremolanti, ma di persona non perviene. Il Governo di Tsipras, ci dicono, ha sgomberato Nadir, HURRIYA, ORFANOTROFEIO e forse pure Mikropolis, ci restano dunque un Alessandro O Megas tutto in oro scarato e dei moderni e fieri pascià ammantati sulle spiagge calcidiche.

In Grecia un grecista o un amante dei miti forse non dovrebbe andarci mai. Il mito resta per noi confinato alle soglie misteriose di Kallypse 111 e Terra Incognita, forse gli unici spazi sociali rimasti in piedi. Incontriamo però al mercato delle pulci un anarchico dai capelli gialli. Vende 5 chiavi inglesi, una brugola, un amaro e un’affettatrice. Annuncia tre giorni di sciopero nella piazza di Aristotele a partire dal 16 agosto. Noi ahinoi non ci saremo, e di certo le cassiere bulgare già lo sapevano.

 

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Cap. IV:
Andare ai resti.
Perché ogni estate si va in Sicilia.
(Le Incomplete 3)

Abbandoniamo Salonicco e dalle sfere altosovietiche precipitiamo nei triangoli siculi. Lì dove impariamo che se devi ammalarti è bene farlo tra il mare e i monti e le palme fraginesi, perché le scaffe sollevano dai dispiaceri di tutte le forme. E pure che le deejay malinconiche acchiappano le folle, ingorde di melodiche cassatelle.

Abbiamo intravisto 22 città in diciotto giorni, precari d’estate come in eterno. Non appena ci affezioniamo, dobbiamo sparire, non appena conosciamo, dobbiamo dimenticare, e di certo in un lampo verremo dimenticate.

Tutti quegli occhi dialettali non ci sono bastati, di quelle voragini volevamo far spiragli e invece è già una nostalgia che si calcifica, e poi tanto, avrebbe detto Nonna, alla fine tutto si mescola, persino negli stomaci più inquieti, e ben presto non sapremo più distinguerne le schegge.

 

Pare dunque che anche i viaggi così geometrici, prima o poi debbano finire. E allora mezzo sguardo di Ulisse finisce, o finisce quasi, tra Gibellina vecchia e Gibellina nuova.

Nella valle del Belice ci sono le vigne deserte e le ceneri ignote. Dove ti aspetti una madonnina c’è Don José, dolcissimo uomo con baffi sottili ma bulgari. Dove ti aspetti un incendio, c’è sempre un incendio, e dove ti aspetti un paesino, il cemento d’autore sorregge morte dimore tra le vie ancora vive.

Ma il cemento non è cemento, sono case bianche e porose, perennemente ferme, ma incomplete. Vi emergono piccoli arbusti e ramoscelli, tracce di terracotta dislivelli e sassolini. Emerge Gibellina.

“Gibellina nuova”, invece, è costellata di firme d’artista, e la piazza centrale è un tripudio d’incompiuto dove piccoli calciatori si danno da fare, e i siculi si fermano al bar Agorà con mitologica insegna in greco antico, e nel retro cantiere svolazzano esauste e pallide la bandiera dell’Europa e dell’Italia, vicine vicine.

Ogni viaggio dovrebbe finire in Sicilia, perché Sicilia è il nome del non finito.  

 

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Cap V:
Majakovskij a Mergellina
(“Il viaggiatore ritorna subito”)

Napoli a settembre spalanca l’altissimo portone e i delfini cotonati di Largo Sermoneta, dove ci si dice borderline tra le meraviglie mergelline e le alture di Posillipo, protette queste ultime alle ore buie da un insolito drone.

Abbiamo schivato gli impavidi motorini della Sanità, scalato via Vittorio Emanuele tutta con il romantico C16 che scopre Chiaia e la Napoli bene costellata di fede ultras, rigorosamente non tesserata.

Ci hanno detto che più alti sono i portoni, più ricchi sono i ricchi, ma altissimo ci par solo il rosso frenocomio dal popolo e per il popolo liberato, nella simpatia malinconica di Materdei, alle cui spalle abbiamo scoperto i contorni del Principe, persino della sua morte spodestato.

I pontili coatti sono fatti per ballare sulle navi chicche, il caffè con panna era già sospeso per brindare alla Russia nello studio di Vania, il tempo di un finto addio tra compagni ci ha svelato quell’ultimo centro che ancora protegge le animelle dall’antica peste e dall’infame colera.

Tra tutte le dolcezze concesse dai rapidi passeggeri di treno e di pullman e di tram e di bus e di spiagge e di cinematografi, è forse questo il segreto accordo tra i luoghi che più ci commuove. Gibellina, le Fontanelle: radunare i resti, quelle animelle anonime e sparse, quei tetti quasi salvi.

 

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[…analogiche a venire

tutte le immagini: © Arianna Lodeserto]

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