DOLOMIA ET INSOMNIA. Un pisolino tra le montagne quest’estate andrò a cercar

Non è di certo autoevidente che il sonno della ragione generi mostri, anzi. Soprattutto se si tratta di un sonnellino. Ne sa qualcosa l’inattuale pellegrino che si avventura sulle Alpi venete, ebbro dapprincipio di voglia di superare e superarsi, illuministicamente tronfio, pronto a dimostrare la propria levatura di fronte alla storia universale e al resto dell’umanità, e poi invece puntualmente costretto a scoprire il fascino inattuale di un pratino.

Ma procediamo con ordine.

Tutto cominciò con Napoleone Bonaparte: inaspettatamente, nel 1796, la campagna d’Italia portò il giovane comandante corso ad estendere l’influenza della neonata Repubblica francese all’Italia centro-settentrionale, per poi popolare l’intera penisola di repubbliche. Un’ondata di attualità investì le autoctone popolazioni, risvegliando spiriti repubblicani e indipendentisti, da secoli ormai felicemente abbandonati al torpore del sonno e del buon vecchio feudalesimo. Cominciava così la massiccia importazione di beni ideologici dalla Francia, tra cui – in primis – illuminismo e nazionalismo.

Inutile e pedissequo ricordare i nomi dei tanti ufficiali e uomini di scienza che accompagnarono Napoleone, tanto in Italia quanto in Egitto e nelle numerose altre spedizioni: diciamo solamente che accanto al più noto Marie Henri Beyle (noto come Stendhal) vi era anche Déodat Guy Silvain Tancrède, marchese di Dolomieu, geologo e mineralogista. Costui non si limitò a partecipare alla spedizione in Egitto, a intessere relazioni di amicizia e di stima con il suo imperatore, a fare naufragio in Calabria, ad essere imprigionato per 21 mesi a Messina in seguito a misteriosi conflitti interni ai Cavalieri di Malta, ad essere beneficiario di una clausola voluta esplicitamente da Napoleone per sua liberazione nel trattato della pace di Firenze del 1801.

Beh a Déodat non bastarono gloria, spedizioni, salotti e prigionie! Si diresse piuttosto, instancabile camminatore illuminista quale era, verso quelle peculiari alture che si stagliavano lungo il confine tra il Veneto e i domini asburgici, dalla particolare coloratura rosea al tramonto. Il nostro Dolomieu camminò, si arrampicò, misurò, picchettò col suo martelletto, catalogò e portò infine la “luce” della ragione sulle vette più alte d’Europa. Ne venne fuori che quella strana coloratura era dovuta alla composizione chimica di quelle montagne, il cui tipo di roccia principale venne chiamato “Dolomia”, in onore – guarda un po’ – al suo scopritore: nascevano così le Dolomiti.

Interessante pensare al sarcasmo misto a risentimento del pastore autoctono che, oltre a veder disconosciuto il nome di cui si era servita la sua stirpe per indicare i propri luoghi natali, riceveva da allora e per sempre l’attributo “dolomitico” da apporre accanto alla sua professione.

In ogni caso la storia continuò, del tutto indifferente ai sentimenti del pastore dolomitico: generazioni di escursionisti si sfidarono a scalare le vette più ostili e irraggiungibili, trovando a volte (raramente per la verità) la fama e la gloria, quasi sempre la morte (che sarebbe però arrivata in ogni caso).

Ma torniamo ora al nostro inattuale pellegrino.

Delle scoperte (di Dolomieu) e delle gesta (dei suoi successori) cosa rimane oggi? Egli oggi si trova di fronte solo una scia variopinta di tutto ciò, fatta di cartelli numerati e colorati apposti nei dintorni dei sentieri, di svariati sistemi automatizzati di salita e discesa, di rifugi/ristoranti in cui le porzioni di umanità che raggiungono quelle altezze usano per rifocillarsi e fare comunella.

Cosa ha aggiunto la “luce” della ragione e della scienza a queste meravigliose montagne? Nulla, eccetto questa scia variopinta.

Ma al nostro inattuale provetto sovverrà, presumibilmente a differenza di Dolomieu e soci, l’ultimo e più fondamentale insegnamento di Chirone a Giasone, che suona più o meno così (per lo meno nella versione pasoliniana): “Questa ragione è in grado di prevedere ogni cosa, tranne disgraziatamente gli errori a cui essa ti condurrà”. Gli errori sono l’imprevedibile, sono il default della ragione, la sua semplice negazione: il sonno. L’autenticità della montagna non si svela infatti solo scoprendone le sue quantità, i suoi attributi razionali come l’altezza, l’età, la composizione chimica… Essa permane piuttosto irraggiungibile alla veglia e alla lucidità dell’illuminista. All’inattuale pellegrino invece tutto ciò non è celato: egli sa bene infatti che la verità della montagna non sta nel sentiero, nella funivia e nella polenta col capriolo. Bisogna invece oltrepassare i tavoli gonfi di turisti ed escursionisti affamati, girare dietro il rifugio/ristorante sorpassare i primi pini e abeti rossi, per trovarsi di fronte una piccola radura, leggermente in pendenza, dotata di una fresca ombra dalle fronde sempreverdi. E lì il nostro pellegrino post-moderno, satollo di polenta, barcollante per la fatica e stanco per tutta questa enfasi della ragione, ode infine il richiamo della montagna e sente di non poter o voler opporvisi.

La cripta più segreta e nascosta della montagna si apre per lui: un pratino perfetto, un dolce sonno, un innocente pisolino che segna la sconfitta della ragione. E adesso, in silenzio, allontaniamoci e lasciamolo dormire…

L’inattualità è faticosa…

Testo e fotografie: Marco Petruccioli

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