DESTINI DI STATUE. L’arte romana all’ex Centrale Termolettrica Montemartini

Lo so, lo so, in questa guida “non si parla di musei”. Ne di Capitali, né di capitali, potendo.
Ma si parla sempre di non-lavoro, e del mito del lavoro,
eppoi le guide sono fatte per eccedere, per ubriacare, e per far esclamare al turista: “ma che siete matti???”.

E poi c’era venuta voglia di V sec (a.c.).

E allora, cominciamo…

Le statue «giacevano sul pavimento, appena pulite un poco, e con tracce di terra sui bei volti e nelle pieghe dei vestimenti. Facevano un’impressione potente, commovente, stimolante, ma a voler esser sinceri con se stessi, era un’impressione che non si poteva scambiare con un’impressione artistica.

Là giacevano degli esseri quasi morti, vestiti con cura, che sembravano sul punto di risuscitare: gli occhi sono già aperti, ora tendono le braccia. Il visitatore, inginocchiato accanto a loro per vederli meglio, avrebbe dovuto aiutarli a rialzarsi».

La prerogativa di Kerényi sta nell’aver ceduto appassionatamente alla suggestione di quei bronzi «con tracce di terra sui bei volti», e al tempo stesso non aver ceduto alla tentazione di «aiutarli a rialzarsi».

Furio Jesi citante Kerényi, Materiali mitologici. Mito e antropologia nella cultura mitteleuropea

Nel 1997 centinaia di sculture dei Musei capitolini, in occasione delle sempre brevi ristrutturazioni romane, furono trasferite per 8 anni nei locali della prima centrale elettrica pubblica della capitale.  Le macchine e gli dei fu il felice titolo dell’eccentrica, ibrida mostra che inaugurava, in anticipo sui tempi, la moda delle riconversioni attorno ai Gazometri (avevamo già avuto modo di visitare le officine del gas, etc…).

L’ospitale industria fu in seguito confermata come casa permanente. L’à vrai dire avvincente soluzione espositiva ha convinto i romani: le statue rimangono nell’horto nuovo, fatto di manubri e caldaie e motori d’avviamento.

Convertitasi alle belle arti, “l’area di più antica industrializzazione della città” (formula che oggi appare un ossimoro: rabbrividiamo quasi al pensiero di una “Roma industriale”) , ospita dunque in maniera definitiva un dimezzato Teseo del V sec. a.c., un Cicerone, copie di Dioniso e della “grande Atena”, una vera Lucilla e l’“amatissimo Antonioo”, e ancora mosaici epigrafi e frontoni.

Inaugurata nel 1912 dal sindaco Ernesto Nathan (primo politico romano che non fu palazzinaro, nonché sindaco che dette vita all’a noi caro Istituto Case Popolari), l’ex centrale Acea fu in seguito detta Montemartini (in omaggio a chi teorizzava la municipializzazione delle centrali elettriche), e nei suoi cinquant’anni di intensa attività ha operato la trasformazione dell’energia elettrica ad alto voltaggio proveniente dalle centrali situate lungo l’Aniene e la Nera.

“Il disegno generale intendeva esprimere, attraverso una combinazione eclettica di elementi classici, l’orgoglio dell’autorità municipale che provvedeva da sola alla produzione dei servizi per i suoi cittadini. Non altrimenti si può giustificare la monumentalità del prospetto, mentre l’effetto di grande leggerezza determinato dalla presenza delle grandi finestre è dovuto probabilmente alla formazione ingegneristica degli autori Puccioni, degli Abbati e Carocci, che hanno ben presenti le esigenze di praticità funzionale necessarie in un edificio industriale”. Segni particolari: “la decorazione liberty ideata dall’artista romano Duilio Cambellotti, che ha il suo cardine intorno ad un giro di quattro fanciulle nude danzanti, i cui capelli terminanti in frecce rappresentano il trionfo dell’elettricità” [1].

Divenuta obsoleta, ipertelica[2] e arcaica, la Centrale interruppe la produzione di energia elettrica nel 1963. Sventando la triste ipotesi d’un completo smantellamento, verso la fine degli anni ’80 l’ACEA decise però di ristrutturarla, affidando il progetto all’Ignegner Paolo Nervi. Se pure alcuni macchinari furono distrutti, e la maggior parte degli interni cambiò radicalmente il suo aspetto, fu salva la turbina a vapore da 3000 Kw del 1917, così come due enormi motori con ciclo Diesel ad aria compresssa.

Rigenerato l’allestimento termoelettrico si è subito messa in moto l’ibridazione socio-culturale: nella “Sala Macchine” ammiriamo i freschi reperti del centro monumentale di Roma, nella “Sala Caldaie” i giardini, le residenze imperiali e le domus, nella “Sala Colonne” alcuni ritratti della Roma repubblicana, emersi dagli scavi per la costruzione della via del Mare.

Di queste sontuose, misteriose megamacchine, foto d’archivio esposte in loco accennano, oggi, al loro antico funzionamento, mentre disegni e piantine infittiscono il mistero per i non addetti al lavoro.

Passeggiando nel museo, ci attirano i delicati esempi di physiologies ante-litteram in forma di marmo (abbiamo una testa di musa, una testa d’eroe, una “testa ideale maschile”, una musa, una “giovinotta seduta”, pezzi di un greco genuflesso…). E ci attirano anche le centrifughe “per la separazione dell’olio di lubrificazione da tracce dell’acqua di raffreddamento”, la “biella e manovella con testa a croce di un pistone”, il “pignone” e i segnali di marcia e riposo, di frenate e d’avvio. 

 

Si è scritto spesso che, in questo museo, l’archeologia industriale incontra finalmente l’archeologia tout court, e che “questo contrasto incanta”.

Ma non è forse la mancanza di un contrasto netto a, semmai, disincantarci? Non è forse l’allestimento di una dialettica così quieta, così davvero a riposo, a far sobbalzare il turista in cerca di apollinee spartizioni? Può l’industria, seppur spenta, diventare “ambientazione”, o mausoleo da contemplare?

Sebbene le macchine, un tempo fonte di luce sicura per tutta la capitale (persino durante la guerra), non siano sufficientemente illuminate come gli dei in questione, si ha l’impressione che anche su di esse “incomba un destino di statua”, e che Prometeo incontri l’elettricità senza scottarsi, senza stupire.

Col divenire museo dell’una e dell’altra cosa, della tecnica e del mito, dell’arte e del lavoro, del corpo e dell’elettricità, del ferro e dell’ornamento… tempo della storia e del tempo del mito s’intrecciano senza clamore. E non c’è voce del dissidio degli dei e dei romani, né traccia dei conduttori dei motori Diesel, di quanti e quali addetti alla manutenzione fossero necessari per gestire macchinari così complessi.

E allora per il fotografo “doppiamente archeologico”, tutto diventa dettaglio. Dettagli i macchinari un tempo iperproduttivi, dettagli le disiecta membra degli dei, i drappeggi ancora bianchi e i cuori di ruggine, dettagli i pulsanti e i comandi poco equivoci delle macchine analogiche, che pur tuttora intatte, ancora ci sfuggono nell’insieme. Fosse solo per la scomparsa del lavoro (fordista, che dir si voglia).

Dinosauri estinti eppur sopravvissuti, le macchine silenti impongono al turista distratto il ricordo del mito del lavoro, dell’industria e della fatica accanto al mito di quei corpi mai stanchi, di quei corpi divini. Dando forma a un’impressione non artistica. Un’impressione potente.

testo + foto: © Arianna Lodeserto
scatti del 20 settembre 2014

Ringraziamenti: Amy Marx, Francesco d’Achille, Federica e Federico

Immagine in header: La Centrale Montemartini nel 1924


[1] Antonio David Fiore, La centrale termoelettrica Giovanni Montemartini

[2] Ipertelia è lo sviluppo esagerato di alcuni organi, talmente funzionali a un’occorrenza specifica da diventare superflui nel quotidiano, così ingombranti da preannunciare la probabile estinzione della specie che ne soffre. Le forme iperteliche sono corazze fuori uso, come gli enormi macchinari delle fabbriche abbandonate. Se la storia non può riabilitare la loro funzione originaria, il pericolo è allora ridurli a mausolei da contemplare, dove la sublimazione estetica si adagia nelle necropoli della fatica.

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