NON CONSEGNATE QUEL RAGAZZO. Un pomeriggio a Blackpool

“For centuries Blackpool was a hamlet by the sea”[1], e la parola progresso fu il suo motto. La bizzarra convinzione che i bagni in quella piscina scura curassero malattie e problemi fisici cominciò ad attirare migliaia di turisti e vacanzieri già a metà del ’700. Dopo mezzo secolo, la cittadina britannica aveva sottratto lo scettro di prima meta balnerare d’Inghilterra alla vicina Fleetwood, la città delle caramelle troppo balsamiche.

Il progresso ispirò il primo sistema elettrico d’illuminazione stradale che, nel 1879, avrebbe dettato lo sviluppo del trasporto urbano, necessario a far girovagare ben 7 e ben presto 17 milioni di vacanzieri annui. In questo caso, non fu dunque il luna park a prefigurare un futuro sanatorio, ma piuttosto il contrario: nel 1896 vide la luce Blackpool Pleasure Beach, che, con le sue 39 attrazioni, si dichiarava il più grande parco di divertimento del Regno Unito. Persino Hitler voleva soggiornarvi, e per questo lo bombardò una volta sola.

Ma adesso no, non andate a Blackpool, ripetono gli inglesi. Disoccupazione, alcolismo, degenerazione, e decisamente troppa prole al sottoproletariato.

È finito il tempo in cui George V e Queen Mary visitavano le sue larghe spiaggie nere, e la moda dei salutari bagni di mare ha smesso di diffondersi tra i nobili e tra gli asini (che un tempo venivano portati sulla spiaggia di Blackpool per bivaccare assieme agli umani)[2]. Come un sogno maldestro che presto sfoga in un incubo, persino le fondamenta di questi luoghi sanno che dal divertimento alla decadenza il passo può essere rapido ma non indolore.

A sfidare quella spiaggia nera restano soltanto i bambini, o i gabbiani ubriachi dell’ultim’ora, ignari del repentino arresto del progresso sul posto. Restano le coppie di peluches in occhiali da sole a sorriderci dalle verande delle case vacanza “only for couples”, restano le foto dei re e delle soubrette affisse nel centro commerciale, le nonne tatuate ad avvertirvi che i negozi chiudono alle quattro meno un quarto, e le vetrine minacciano: “Don’t cook. Just eat”, un motto altrettanto progressista già arrivato dalle nostre parti.

Non andate a Blackpool, ma andateci ancora. C’è ancora qualcosa di magico oltre la tristezza? Nonostante lo scetticismo dei compagni di viaggio, a me, e al fantasma di qualche vecchio re deposto sulla sabbia, ci è parso di si. Non importa se ogni autoctono di 8 anni potrebbe battervi a biliardo, non importa se morirete di zucchero o forse d’azzardo turistico, non importa se non saprete cosa fare e persino il thé risulterà indigesto. Valgono almeno uno sguardo quel Central Picture Cabaret del 1913, il pontile degli anni ’30 con le insegne su palafitte di bingo, giostra e gelati, valgono i lampioni a forma d’antenne, una tour Eiffel senza boulevards, il miglior hamburger per due, una fisarmonica a pranzo.

Coney Island del vecchio mondo, Vegas senza ambizioni, quantomeno un dubbio mi hai lasciato. Quale progresso annichilito mi costringe a vedere sulla porta di un tuo pub la foto di un giovane ricercato? 500 pounds in cambio di un bargain thief, fotografato dalle telecamere dei negozietti truffati.

Non consegnate quel ragazzo, please.

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[1] Tim Lambert, A BRIEF HISTORY OF BLACKPOOL (http://www.localhistories.org). 

[2] Occorre sapere che nel Regno Unito gli asini possiedono dei diritti, non solo marittimi, ottenuti a suon di proteste da parte dei non consanguinei umani.  L’anatra Globo segnala che, di recente, le anatre hanno conquistato una corsia di stencil (ma avranno poi voglia di camminar ‘si rigorose?)

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